Il Tirreno

Livorno

Cumuli delle pensioni: le vedove sprofondano nella povertà

di Stefano Taglione
Cumuli delle pensioni: le vedove sprofondano nella povertà

I PENALIZZATI L'assegno del marito resta solo per il 60% e talvolta si può perdere il proprio: quattro casi esemplari

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Maria ha 79 anni, abita a Pisa, è disabile per l'80%. Ha lavorato una vita come casalinga e gode di una pensione di invalidità. Un importo bassissimo, poco meno di 450 euro al mese, che assieme all'assegno del marito Alberto - 85 anni, ex operaio che ne riscuote 1.000 - riesce comunque a farla sopravvivere. La coppia non ha una casa di proprietà e paga ogni mese 700 euro di affitto. Lo scorso anno, però, Alberto è venuto a mancare e la donna è rimasta sola. Maria, per effetto della reversibilità, può beneficiare del 60% della pensione del marito defunto. Soldi che non si cumulano con la sua precedente pensione, che la donna non percepisce più a causa dello sforamento del tetto massimo per accedervi - 4.768 euro annui - oltrepassato per effetto della reversibilità. Così Maria si ritrova a vivere con 600 euro al mese e senza l'aiuto di Alberto. Dovrà cambiare casa e risparmiare sempre di più. Soprattutto quando, del denaro riscosso, rimangono solo spiccioli.

La storia di Maria è comune a molte donne rimaste vedove. Per loro non è possibile cumulare due pensioni, seppur di importo modesto. E se capita che il compagno di una vita venga a mancare, arrivare a fine mese diventa difficile. I soldi diminuiscono, spesso l'Inps chiede la restituzione di quanto è stato indebitamente erogato e gli anziani, in tutto questo, sono costretti a sopravvivere alla bell'e meglio. Bruna Fanelli ha 80 anni, vive a Livorno. Da quando è morto suo marito, venti anni fa, percepisce un assegno di 790 euro. Si tratta del 60% della pensione dell'ex coniuge. Per questo motivo, lei, che non ha versato un quantitativo sufficiente di contributi previdenziali, non ha diritto a un'integrazione sociale. "Dio lo volesse, quei "medaglioni" mi farebbero comodo - spiega la signora - pago un affitto di 686 euro, oltre a gas e luce. Meno male che ho quattro figli e a turno vado a mangiare da loro, altrimenti non ce la farei".

Francesca, 72 anni di Grosseto, è nella sua stessa situazione. Lei, prima della morte di suo marito Marcello, ogni primo del mese andava alla posta per riscuotere l'assegno minimo. Ora i soldi che percepisce sono aumentati (è subentrata la reversibilità), ma restano i soli su cui fare affidamento. Così è iniziata una seconda vita, quella delle rinunce. La casa di proprietà, per fortuna, è un buon punto di partenza. Ma le tasse e le spese quotidiane si fanno sempre più opprimenti. La signora sta cercando di vendere l'abitazione in nuda proprietà (diventerà del futuro acquirente solo dopo la sua morte) per avere i soldi con cui vivere con più tranquillità. Ma se la crisi del mercato immobiliare non si arresta, anche questa possibilità potrebbe esserle preclusa.

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La situazione è particolarmente delicata anche per le persone disabili al 100%. È il caso di Roberta, 87enne di Prato. La donna è titolare di un assegno di accompagnamento (499 euro mensili) e della pensione di invalidità (di 442,30). Ad aiutarla, fino a due anni fa, c'era il marito Antonio, a cui lo Stato versava 1.200 euro al mese. Antonio, ogni giorno, si prendeva cura di lei. Oggi, al suo posto, c'è una badante che le costa oltre 1.000 euro mensili. Il marito di Roberta è stato stroncato da un infarto e alla donna va il 60% della sua indennità. 9.360 euro annui, oltre all'assegno di invalidità (rimasto immutato perché il totale dei contributi non supera il limite individuato dallo Stato per le persone con gravi disabilità, fissato in 16.127,30 euro) e a quello di accompagnamento, non influenzato dalle condizioni di reddito. 21.097,90 euro sono i soldi che, in un anno, percepisce la donna. Ma più della metà vanno via per la badante, altri per le tasse (fra cui Imu e Tares), per le bollette (luce e gas) e infine per tutto ciò che resta: fare la spesa, comprare le medicine, eccetera. Roberta prova a stringere la cinghia, ma a fine mese rimane poco. La donna non ha figli e se le occorre una mano ad aiutarla c'è la sorella, anch'essa con una pensione minima.

Solo in provincia di Livorno - secondo una stima della Cigl - sono 14mila i titolari di prestazioni di invalidità civile. "Sono persone inabili, una popolazione che non si vede - spiega Rizzieri Bavone, responsabile del patronato Inca - Anzi, è la società che non vuole vederle". Anche gli altri sindacati lanciano l'allarme. "Chi è più povero - spiega Alessandro Morelli, direttore dell'Istituto nazionale di assistenza sociale della Cisl - è più soggetto a dover restituire i soldi agli enti previdenziali, che dopo qualche tempo potrebbero ricalcolare le pensioni sui periodi precedenti. Ai titolari delle indennità più alte, invece non viene chiesto niente, al massimo il blocco della rivalutazione Istat".

Ma una speranza, ai pensionati, rimane sempre. Ancora Bruna Fanelli, 790 euro al mese, un affitto di 686. L'aiutano i figli, ma con 9 euro ogni settimana tenta la fortuna al Superenalotto. "È vero che lo Stato mi dà poco - dice la signora - ma se non posso neanche divertirmi, che cosa vivo a fare?”

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