Gioco
«Centro olimpico a Livorno per nuoto e scherma Fondazione per i campioni»
Giovanni Giannone, delegato provinciale del Coni, fa il punto e guarda al futuro «Alziamo l’asticella, creiamo qualità. Il razzismo? È solo un alibi per i violenti»
LIVORNO. «Il mio obiettivo? Far diventare Livorno un centro di addestramento olimpico. Penso alla piscina Camalich per il nuoto e il PalaModigliani per la scherma. Penso anche che sia possibile creare una fondazione attraverso la quale i privati, ad esempio le aziende, non solo quelle del territorio, possano aiutare i nostri sportivi ad investire nei propri talenti creando un’alternativa ai gruppi sportivi che, ad oggi, sono l’unica strada per fare il professionista negli sport minori. E la crisi? C’è, ma per guardare al futuro è necessario alzare l’asticella della qualità, solo così si potranno trovare risorse. E per farlo è necessario lavorare tutti insieme, sfruttando anche i grandi nomi che lo sport livornese ha saputo produrre nel settore dirigenziale. In questo modo la città potrebbe anche aprirsi al turismo sportivo producendo ricchezza».
Questo è il futuro della provincia più sportiva e titolata del Paese che ha in testa Giovanni Giannone, 53 anni, una vita sul campo e dal febbraio scorso delegato del Coni. Ma il presente, oggi, a Livorno è diverso: ogni settimana (o quasi) episodi di violenza tra i più giovani con l’ombra del razzismo come movente; calcio a parte nessuna eccellenza negli sport di squadra; impianti vecchi, eccenzion fatta per il PalaLivorno; società che si fondono per non sparire e un liceo sportivo tutto da scoprire e lanciare.
Cominciamo dagli ultimi tre episodi di violenza avvenuti tra basket, calcio e pallavolo. In due di questi si è subito parlato di razzismo.
«Tutte le volte che c’è un episodio di violenza, in qualsiasi disciplina sportiva, e di mezzo c’è un ragazzo di colore si pensa subito al razzismo. Ma questo meccanismo è solo un alibi per i violenti, una giustificazione alla violenza stessa. Prendiamo gli ultimi episodi: quello nel derby di basket tra Libertas e Meloria e l’altro durante il match degli Allievi di calcio tra Venturina a Carli Salviano. Come Coni ci siamo informati, abbiamo interrogato le federazioni interessate, abbiamo letto le relazione delle commissione giudicanti. E in entrambi i casi non è emerso dai referti nessuna offesa a sfondo razziale. Per verifica ci siamo rivolti anche alle società e queste hanno negato. Ciò non vuol dire che non si sia trattato di due episodi gravissimi. Ma è bene sottolineare come in città l’integrazione nel tessuto sportivo sia ad uno stato avanzato. E che i futuri campioni italiani avranno la pelle scura perché hanno capacita fisiche e fame sportiva. Guardate Hackett nel basket, oppure Howe nell’atletica».
Quindi il razzismo è destinato ad essere ucciso?
«Credo di sì, ma sono sicuro di poter dire che a Livorno il razzismo non esiste».
Ma la violenza, quella esiste...
«Credo che però debba essere fatta una distinzione. Ad alti livelli la violenza è spesso l’occasione per fare altro. Guardate cosa accade a Balotelli quando viene contestato, oppure quello che è successo domenica al Picchi per Chiellini che è stato fischiato per tutta la partita dopo un fallo. A livello giovanile, invece, è necessario prendere in esame due aspetti. Per prima cosa per fermare questa deriva bisogna formare tecnici e dirigenti. Devono essere loro a spiegare ai ragazzi che lo sport è divertimento e che i campioni sono una percentuale bassissima rispetto alla totalità dei praticanti. Questo abbasserebbe la loro frustrazione quando perdono o i risultati non arrivano. Poi ci sono i genitori che spesso mettono pressione ai figli perché nella vita sono stressati, oppure hanno dei problemi. Magari parlano al figlio per tutta la settima della gara, così alla prima scintilla perdono la testa. Conosco ragazzi che fuori dal campo sono persone squisite e dentro al rettangolo di gioco o il parquet si trasformano, in peggio purtroppo».
Ci sono soluzioni? Percorsi e strumenti, oppure è una partita persa?
«È una partita che va giocata. Spesso vado negli impianti, diciamo in incognita, mi metto da una parte e guardo le partite. E quello che percepisci è un clima di tensione al di sopra delle righe, quando invece dovrebbe essere una festa. Ecco perché con Lamberto Giannini abbiamo organizzato incontri tra genitori e figli per far capire che mettere pressione non serve. Che è importante che il proprio bambino, soprattutto in età adolescenziale, pratichi sport perché quando lo accompagni sai dov’è con chi sta, mentre altrove potrebbe prendere strade diverse».
Parliamo delle società. Molte sono in crisi, le sponsorizzazioni sono crollate, molte chiudono e altre si fondono per tiare avanti.
«Lo scenario dello sport è cambiato radicalmente negli ultimi 10 anni. Ora per andare avanti è vitale fare attività corsuale. Ma quando la famiglia paga vuole che il figlio giochi. E questo è un boomerang: perché si rischia un decadimento tecnico».
Dall’altra parte negli ultimi dieci anni il Comune si è anche liberato di tutti gli impianti sportivi dandoli in gestione proprio alle società.
«È stato un buon percorso perché ha modificato un concetto che derivava da una necessità: la pubblica amministrazione non poteva più accollarsi i costi dell’impianto per interventi anche semplici come pulizie e manutenzione. Così ha responsabilizzato i gestori dando una casa alla società, professionalizzando i settori giovanili e responsabilizzando i dirigenti. Che ora non possono fare errori, anche a livello fiscale».
Ma il risultato è che oggi molti degli impianti sportivi, soprattutto le piccole palestre, sono in condizioni pessime.
«Per molte strutture è così. Penso al campo scuola che deve essere rifatto, ma anche al PalaCosmelli che va rimodellato e al Palamacchia che ha cubature ampie quanto i costi di gestione. Ma la cosa che mi preme di più sono le palestre delle scuole. È in questo settore che dovremmo investire. Il futuro è nelle mini strutture polivalenti che facciano anche da luoghi di socializzazione nel quartiere. Una speranza per alcuni di questi impianti è nel decreto sviluppo del governo Letta dove, cancellature dell’ultima ora permettendo, sono previsti investimenti per impianti fino a 500 spettatori».
Nonostante questo Livorno continua a sfornare campioni: i gemelli Dini nell’atletica, Benvenuti nel basket, per non parlare di nuoto e scherma.
«Questi sono esempi di ragazzi che hanno saputo usare l’energia che c’è in questa città a livello caratteriale in modo positivo. È per permettere a questi ragazzi di coltivare il loro talento che spero di poter riuscire a realizzare un mio vecchio pallino, quello della fondazione dove far arrivare contributi da soggetti imprenditoriale e finanziare alcune attività. Se lo schermidore Cassarà viene ad allenarsi a Livorno, significa che questa è una che ha un futuro».
Come realizzarlo?
«Con l’aiuto di tutti, a cominciare dai dirigenti livornesi al vertice delle diverse federazioni come Fraccari nel baseball, Saccà nel rugby, Mori nell’atletica e Bibi Gufoni nelle arti marziali. Ma anche grazie a tecnici di primo piano come Nicola Zanotti, tecnico della nazionale di scherma. È di queste persone che abbiamo bisogno per restare la capitale italiana dello sport».
@fedelazzotti
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