Il Tirreno

Livorno

Per la morte di Morosini «A processo tre medici»

Chiesto il rinvio a giudizio per la tragedia avvenuta a Pescara il 14 aprile 2012 C’è anche il dottore del Livorno Porcellini: «Doveva saper usare il defibrillatore»

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PESCARA. C’è anche il nome del medico del Livorno Manlio Porcellini tra quelli per i quali il pubblico ministero Valentina D’Agostino ha chiesto il processo per la morte di Piermario Morosini, il giocatore amaranto morto a 26 anni il 14 aprile 2012.

Il mancato uso del defibrillatore, le fasi del soccorso e le responsabilità medico-legali: ruota intorno alle risposte a questi tre quesiti, disposti dal gip Maria Michela Di Fine ai periti il futuro processuale dell’inchiesta.

Secondo i periti del giudice Vittorio Fineschi, Francesco della Corte e Riccardo Cappato - la morte di Morosini fu dovuta a «una cardiomiopatia aritmiogena con interessamento prevalente del ventricolo sinistro e precipitata dallo sforzo fisico intenso»; durante l'autopsia, inoltre, è stata riscontrata nel ventricolo «la presenza di una lesione lineare, di aspetto cicatriziale».

Ma ciò che più conta ai fini del processo è che i periti, «in merito alla incongrua, caotica assistenza sanitaria fornita» al calciatore, ritengono di poter «concludere che vi sono comportamenti sanitari che hanno avuto rilevanza causale», nella morte di Morosini.

Toccherà quindi al giudice dell’udienza preliminare Luca De Ninis stabilire se i tre medici - quello del Livorno Manlio Porcellini, quello del Pescara Ernesto Sabatini ed il medico del 118 allo stadio Vito Molfese - debbano andare a processo per rispondere di omicidio colposo.

L'udienza è stata fissata per il 20 febbraio 2014. Nella perizia si legge che mentre per il medico del Pescara il suo intervento «riveste sicura dignità causale», per quello del Livorno «sono riconosciute differenti incongruenze comportamentali», perché una volta identificata la presenza in campo del defibrillatore avrebbe «dovuto saperlo impiegare, sfruttando così l'incomparabile opportunità di intervenire precocemente mediante defibrillazione in un momento in cui la probabilità di pieno recupero è massima. Tale omissione diagnostico-terapeutica riveste ruolo causale nel determinismo» della morte di Morosini.

Ma secondo i periti è Molfese, il medico del 118 che «ha rivestito il ruolo più delicato e a lui sono addebitabili i maggiori profili di censurabilità comportamentale», perché anche se intervenuto per terzo, «a lui si sarebbe dovuto riconoscere il ruolo di leader» dei soccorsi.

Prosciolto intanto il cardiologo dell'ospedale di Pescara Leonardo Paloscia, perché se è vero che «anche egli omette di chiedere e impiegare il defibrillatore», non avrebbe avuto alcuna responsabilità nel decesso perché al suo arrivo in campo «solo residue chance di sopravvivenza erano ormai ipotizzabili» per Morosini.

Importante per la decisione del giudice sarà anche un altro passaggio della perizia, dove si legge che nel calcio «si evince l'assenza di un piano operativo organizzato del soccorso in caso di collasso di un atleta», piano di cui invece «l'intero sistema sport» dovrebbe essere dotato: circostanze che «diluiscono ma certamente non annullano le responsabilità dei professionisti attivi nelle manovre».

Secondo i periti, che analizzano il sistema di gestione delle emergenze sanitarie nello stadio del Pescara calcio, Piermario Morosini è morto anche per colpa di un soccorso che «seppur espresso con grandissima generosità, è stato l'espressione della peggior organizzazione».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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