Il Tirreno

Livorno

dietro le quinte

La politica debole in cerca di registi che salgano sul set

di MAURO ZUCCHELLI

di MAURO ZUCCHELLI Manco a dirlo, come al solito è finito tutto in burla: quasi una condanna ineluttabile, quando sul fornello si mettono a soffriggere ingredienti come “Livorno” e “cultura”....

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di MAURO ZUCCHELLI

Manco a dirlo, come al solito è finito tutto in burla: quasi una condanna ineluttabile, quando sul fornello si mettono a soffriggere ingredienti come “Livorno” e “cultura”. Potrebbe dunque finire tutto in una commedia degli equivoci con il regista salmastroso che con l'arma dell'ironia infilza il sindaco bramoso di cogliere al volo una occasione di popolarità. Lo sfotte il sito antagonista Senza Soste: «Abboccano i ghiozzi».

In effetti, basta dare un’occhiata a budget e dintorni per capire che pensare a Livorno un film festival di quel calibro sarebbe come immaginare Spinelli infilarsi nella trattativa fra Juve e Real Madrid per Pogba a suon di fantastiliardi e miraggio di Champions. Detto per inciso, è difficile fantasticare una kermesse di film senza avere i cinema dove proiettarli: l’Odeon è diventato un parcheggio, il Moderno idem, il Metropolitan ora è una banca, il Sorgenti è una sala giochi, l’Aurora l’hanno trasformato in un locale e poi l’ex Centrale e l’ex Politeama, l’ex Jolly, l’ex Lux, l’ex San Marco e l’ex Grande. E i Salesiani che si sono salvati in extremis, mentre la Gran Guardia riaprirà sì ma rimpicciolito (anche se tutto quest’amore per il cinema ha prodotto più proclami che biglietti...).

Quanto al budget, il festival torinese diretto da Virzì conta su quasi due milioni e mezzo di euro e rivendica di essere assai low cost rispetto alla grandeur di Roma che ha in cassa tre volte tanto da poter spendere. Figurarsi che, riprendendo parole proprio di Virzì, per quattro passi della diva Scarlett Johansson sul red carpet il festival kolossal dell’Urbe spende quanto Livorno mette in bilancio per tutto il proprio programma estivo.

Cifre, insomma, di gran lunga fuori portata, se è vero che Effetto Venezia ha rischiato di saltare perché mancavano all'appello 150mila euro. Potrebbe essere più utile guardare a festival culturali – con budget fra 400 e 600mila euro – come quello della mente a Sarzana (o della convivenza a Carrara, di antropologia a Pistoia, della filosofia a Modena, dell'economia a Trento, del diritto a Piacenza: mica New York…).

Ma Virzì non è solo il brillante cineasta, campione della commedia un po' dolce e parecchio agra. Nell'ultimo anno è stata una voce assai ascoltata dalla nomenklatura del Pd cittadino. Non sono mancati incontri e cene in cui Virzì ha consigliato, suggerito, indicato. Con un orizzonte dichiarato: le elezioni della prossima primavera. Con un'idea esplicita: aiutare il Pd ad aprirsi a candidature esterne al proprio apparato per rinnovare la classe di governo dall'interno.

Altro che sbicchierate fra amici, per alcuni aspetti ha impersonato lo “spin doctor”. Anzi, il Regista: solo che stavolta l’hanno spinto su questo set le forti difficoltà che sta avendo lo stato maggiore del Pd nel relazionarsi con qualcos'altro che non siano gli equilibri del proprio perenne risiko interiore a suon di sgambetti e controsgambetti.

Dietro l’equivoco c’è più di un semplice fraintendimento risolto a colpi di tweet: c’è la debolezza della politica, nel cui vuoto si muove tutto il resto. Quanto basta perché una battuta sia leggibile come un programma d’azione. E già questo la dice lunga.

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