Gioco
«Io candidato? Niente salvatori» Ma Bussotti non chiude la porta
L’ex assessore, oggi ricercatore tra Lisbona e il Mozambico, arriva a Livorno per presentare il suo libro «Le forze del centrosinistra elaborino un progetto serio per questa città in crisi. Primarie? Necessarie»
LIVORNO. Fuori soffia il Libeccio che alza le onde anche in porto. Dentro lo Yacht Club non si parla di Livorno, primarie o amministrative. Si parla di "Minoranze e multiculturalismo nell'Italia contemporanea", l'ultimo libro di Luca Bussotti. Ben oltre i confini della città, dall’Africa ai dialetti dello Stivale. Ma a margine dell'incontro un ritorno con i piedi sui Quattro Mori è d'obbligo. Perché sono in parecchi, a ridosso del voto che deciderà il sindaco, a fare il nome di Bussotti. L’ex assessore ed “enfant prodige” della sinistra livornese, che qualche anno fa ha lasciato tutto (compresa la presidenza del consiglio di sorveglianza Asa) per volare in Mozambico.
Bussotti cosa fa oggi?
«Ho un contratto da ricercatore che scade tra due anni al Centro di studi internazionali Iscte di Lisbona. Mi occupo di cultura africana. Sono lì dal 2011, ho vinto un bando dell'UE per il rientro dei cervelli europei. Prima, dal 2006, ero in Mozambico, dove insegnavo sociologia della comunicazione nel corso di giornalismo. Passo ancora quattro mesi all'anno in Mozambico, che considero la mia seconda casa».
È vero che pochi mesi fa ha fatto domanda per una cattedra a Pisa?
«No. Ci fosse ben volentieri, ma non c'è. In Italia se non conosci i "baroni" non entri. E poi non credo esista la mia area di specializzazione, che sono gli studi africani. Sono stato a Pisa a luglio, ma come relatore di una tesi di dottorato sul Mozambico. Di una livornese, tra l'altro».
Vista da fuori Livorno com'è?
«Sono sette anni che manco. Tanti. Mi sembra una città in difficoltà, colpita pesantemente dalla crisi. Una città che non è riuscita ancora a superare il periodo di transizione tra quel modello di sviluppo fatto soprattutto di lavoro nelle partecipate, nelle aziende delle multinazionali, e uno ancora da definire. In generale, lo dico da livornese, i livornesi tendono a resistere ai processi innovativi. Da tutti i punti di vista: sociale, economico… Un po' più di innovazione è essenziale».
Lo sa che in parecchi buttano lì il suo nome come possibile candidato a sindaco?
«Che le sollecitazioni esistano non è un segreto, basta guardare Fb. Sono lusingato che dopo tanto tempo qualcuno si ricordi di me. Io sto molto bene dove sono, faccio la cosa che mi piace di più: ricerca e scrivere. Non c'è nessuna avance da parte mia».
Ma da una parte del Pd, e non solo, sì…
«Se guarda la mia storia vedrà che ho sempre considerato la politica, sia nel partito che nelle istituzioni, come un momento transitorio che non poteva e non doveva essere un lavoro: nel '97 fui eletto segretario del partito e per convincermi ce ne volle. Questo per dire che se posso evitare e fare la vita che mi piace di più, che è questa, la faccio».
Ma mette in conto la possibilità di fare un percorso verso le amministrative o no?
«Guardi, è vero che poi si dovrà fare un nome ed è vero che questa è la mia città. Detto questo le forze sane della società, non solo quelle politiche, che si riconoscono negli ideali del centrosinistra, elaborino un progetto serio di città. A prescindere dalla persona, uomo o donna, che sarà a guidare la coalizione. Dobbiamo dare prospettiva e fiducia nuova a Livorno, che ha enormi potenzialità, a partire dalle sue risorse umane. Non esiste un salvatore della patria. Neanche Renzi, D'Alema, o il più scafato dei politici può risolvere da solo la situazione di una città che si trova in oggettiva difficoltà».
È vero che in questi giorni ha incontrato i vertici del Pd?
«Li incontro ogni volta che vengo: Mazzoni, De Filicaia, Ciampini e altri. Sono amici».
Se si creassero le condizioni politiche di cui parla, un pensiero ce lo farebbe?
«Perché no. Non è da ora che lo dico. Perché non rientrare nella mia città, dare una mano…Ma anche se si dovesse verificare un'ipotesi di questo tipo, alla quale guardo con lontananza, il percorso sarebbe tutto da costruire».
C’è chi pensa che lei potrebbe evitare al Pd le primarie
«Guardi, già nel '99, quando venne rieletto Lamberti, ero per farle. Oggi in Italia i partiti sono talmente delegittimati che non sono più in grado di fare una selezione della classe dirigente: le primarie vanno fatte. Io nel '97 mi candidai a segretario del Pds e dall’altra parte c’era Vittori, che era favorito. Quando uno decide di fare una cosa deve accettare le regole del gioco: deve passare dalle primarie e avere un consenso al di là del proprio partito. Non mi fraintenda: io non sono contro il Pd, si figuri, sono iscritto a Fiorentina e ho rinnovato la tessera. Ma questo non significa essere miopi e pensare che tutto può esaurirsi nel partito». (j.g.)
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