Il Tirreno

Livorno

Nel covo bianconero col cuore diviso a metà

di Andreas Quirici
Nel covo bianconero col cuore diviso a metà

Al bar Veloce c’è la sede di uno dei due club di tifosi juventini della città Ma domenica non ci saranno dubbi: il tifo sarà per i ragazzi di Davide Nicola

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LIVORNO. Un gagliardetto del Livorno è affisso alla vetrata. Ma come? Non è il bar Veloce? Quello in via di Salviano dove ha sede uno dei due club di tifosi della Juventus, intitolato ad Armando Picchi? «Certo - risponde Andrea Baccheretti, uno dei titolari del locale, insieme a Dario Ceccarini - ma il bar è una cosa e la sede della Juve un’altra. Ci hanno chiesto una stanza e gliela abbiamo data». In effetti, la porta del “covo” bianconero è in fondo al pallaio, dove prima si giocava a bocce e ora si guardano le partite di calcio. «Del Livorno, naturalmente - dice ancora Valdo Tonarini, l’ex proprietario del bar che ha “passato tutto” a Baccheretti, suo genero - perché qui siamo in tanti per la Juve, ma gli amaranto vengono prima di tutto».

Come moglie e amante. Questo è uno dei pochi posti in città dove i bianconeri si manifestano apertamente. Ma la storia di chi proverà con l’abbonamento al Livorno di entrare nel settore ospiti domenica non riguarda i responsabili del club. «Non scherziamo - dice Massimo, uno dei responsabili che, però, non vuol dire il proprio cognome, visto che «il clima è già abbastanza infuocato in città» - se dovessi andare tra gli juventini e offendere la mia città preferirei stare a casa. Nessun livornese dei 200 nostri iscritti ci ha chiesto di poter andare nel settore. Al massimo qualcuno che abita in provincia». Massimo è fortemente combattuto in vista della partita. «È come con la moglie e l’amante - riprende - e in questo caso non saprei davvero quale delle due associare alle squadre in questione. L’ideale sarebbe vivere il clima della partita d’addio a Igor Protti nel 2005 con il Livorno che era giunto alla fine di una stagione memorabile e la Juve che aveva vinto lo scudetto».

Bunker bianconero. Sulla porta della sede del club, che è inserito tra quelli riconosciuti ufficialmente dalla Juventus (a Livorno ce ne sono due, l’altro è il Terza stella), c’è una targa quadrata. Ci si arriva dopo essere entrati sul retro del bar, passando da un corridoio con un biliardino in mezzo, maglie di varie squadre a destra e a sinistra (ovviamente) sciarpe, gagliardetti e divise amaranto, compresa una di Pier Mario Morosini. «Questo angolino è il nostro orgoglio», dicono i due gestori. Ed è qui che cadono i dubbi su quale tra Livorno e Juventus predomini nei cuori di chi frequenta il bar. Ma, anche quando si varca la porta con la targhetta “Juventus club A. Picchi”, il campo si sgombra da qualsiasi equivoco. Questa stanza è uno scoglio bianconero in un mare amaranto. Anche in questo caso, gagliardetti, un poster di Vidal, una maglia vintage ufficiale della Juve con lo sponsor Danone.

Livorno prima di tutto. Dentro il bar Veloce il clima di un normale pomeriggio di un lunedì apparentemente qualunque si parla già della partita di domenica. C’è Massimo Citi, super tifoso amaranto che sembra già in agitazione. «A Livorno si comanda noi», dice ridendo rivolto a Tonarini che lo guarda e allarga le braccia. «Io non avrò dubbi - afferma - tiferò Livorno - Anche se so già che non vedrò la partita. Contro queste squadre, come con l’Inter, mi si gira lo stomaco. Sarà durissima fare risultato. Ma lo spero tanto. La Juve potrà fare punti in altre occasioni». Valdo Tonarini era all’Heysel nella triste notte in cui persero la vita 39 italiani per la furia degli hooligans del Liverpool nel 1985. E da quel giorno tutto è cambiato per lui: «Morì Giancarlo Gonnelli, un ragazzo di Ponsacco che era nella mia comitiva. E da quella volta non sono riuscito a frequentare più lo stadio come una volta. Ci sarò andato due o tre volte. Meglio la televisione. E meglio ancora qui nel pallaio a vedere e soffrire per il Livorno con gli amici».

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