Il Tirreno

Livorno

Da autista a barbone «Ho perso tutto: casa, lavoro e famiglia»

di Lara Loreti
Da autista a barbone «Ho perso tutto: casa, lavoro e famiglia»

Livornese, 45 anni, vive sul treno e mangia alla Caritas «Il momento più duro è la notte: è freddo e non sai che fare»

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LIVORNO. «Ormai sono sei-sette anni che faccio questa vita. Prima mi sono separato, poi ho perso il lavoro e poi la casa. E alla fine mi sono ritrovato solo e senza un soldo. A quel punto non sapendo dove sbattere la testa, ho cominciato a venire a domire in stazione, nell’Intercity che viene da Milano. Qui ho trovato un mondo, e tanti compagni di viaggio».

Massimo Belli ha 45 anni, tre figli e tanta voglia di riscattarsi. Per tanti anni ha fatto l’autista per varie ditte, che poi sono fallite. E dall’oggi al domani si è ritrovato senza nulla. «L’ultimo lavoro che ho avuto risale a 3 anni fa, alla Cooplat: dovevano assumersi a tempo indeterminato, poi invece mi dissero che dovevano tagliare. E così mi sono ritrovato di nuovo per strada». Una vita ai margini è dura da affrontare: le giornate sembrano infinite. E poi c’è il freddo, il nemico numero uno. «L’ora più insopportabile, d’inverno, è quella che va dalle 4 alle 5: l’aria è una lama ti taglia il viso in due e tu non sai cosa fare. Allora ti stringi un po’ sotto la coperta, ma ti rendi conto che poco è cambiato». Belli

«Vorrei cambiare vita, anche solo per non far più vergognare i miei figli di me. Ne ho tre: la più grande ha 23 anni: siamo in ottimo rapporti. Lei ha un banco al mercato e la mattina spesso vado da lei a dare una mano per guadagnare qualche soldo. Poi c’è il maschio, che ha 17 anni: loro due sono i figli della prima moglie, con loro sono in buoni rapporti. Il più piccolo invece, nato da una seconda relazione, ha 10 anni, ma lei non me lo fa vedere perché io non ho soldi per pagarle gli alimenti». Belli non vede più neanche le sue sorelle: «Ho perso mio padre quando avevo 8 anni e mia madre quando ne avevo 36. Da allora la famiglia s’è sfatta: con le mie sorelle ho avuto delle discussioni che non abbiamo risolto. E ora sono solo: quando diventi un barbone la gente sparisce, anche gli amici. Ma non li biasimo: ognuno ha la sua vita, le sue esigenze. Ed è dura stare dietro a una persona che ha i miei problemi». Il rischio di isolarsi c’è. Ed è anche per questo che nel “gruppo” dei senzatetto si creano dei legami stretti, come quello fra Belli e i suoi due compagni di stazione, Carlo Ghilardi, 43 anni, originario di Bergamo, ma da 5 anni a Livorno, e Livio Leoncini, 65, di Gavorrano ma livornese di adozione. Tre vite parallele.

«La mattina - prosegue il racconto di Belli - siamo costretti ad andare via dal treno alle 5.45 perché arrivano gli addetti alle pulizie. A quel punto veniamo al bar, beviamo un caffè alla macchinetta e aspettiamo che venga giorno. Io poi faccio un salto al mercato, in cerca di lavoro, e poi pranzo alla Caritas a Torretta. Poi il pomeriggio ci troviamo in stazione e aspettiamo il pasto che viene portato dalla parrocchia di Coteto e da Sant’Egidio alle 20.30. A volte andiamo a chiedere l’elemosina in parrocchia a Rosignano da padre William e da don Pio: a Livorno non vogliono che chiediamo i soldi davanti alle chiese. Possono farlo solo i rom».

Ghilardi fino a maggio faceva il barista al bar Repubblica sul Voltone. «Poi il locale ha chiuso e allora ho trovato un posto come commesso al kebab che si trovava accanto. Ma una mattina alle 7 sono andato al lavoro e l’ho trovato chiuso. Nel contempo mi sono anche lasciato dalla mia compagna e così anche io mi sono ritrovato per strada. E sono venuto in stazione. La cosa che mi addolora di più è non poter vedere mia figlia: ha sette anni e vive a Trento, ma non ho soldi per andarci in treno».

Leoncini, ex muratore ma senza ancora la pensione, riflette sulla durezza dei rapporti umani: «Per tutte le associazioni noi siamo numeri: ci danno la tessera, un buono doccia ogni 15 giorni e ci mettono in lista di attesa per poter dormire 10 giorni alla Caritas. È dura vivere così: nessuno si chiede o ci chiede che storia abbiamo. Io per fortuna ho una figlia che mi vuole bene e da poco ho trovato una persona che mi ospita».

Tutti e tre cercano lavoro e lanciano un appello.

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