Italia
Cleila, quando una stella muore...
Il prete: «Un fiore reciso anzitempo. Bisogna chiedere attenzione a sé per preservare anche gli altri»
LIVORNO. Maurizio Junior è in piedi davanti alla bara bianca della sorella Cleila, con una rosa blu nella mano. Mentre mamma Rossella si inginocchia in lacrime per baciare, ancora una volta, la sua bimba che sta per prendere il volo verso un’altra vita. E intanto nella chiesa dei Salesiani riecheggiano le note della canzone di Giorgia, “Quando una stella muore, fa male...”, interrotte solo da un applauso, pieno di calore, dell’assemblea. È difficile trattenere le lacrime di fronte al dolore straziante di una mamma che ha perso la ragione dei suoi giorni. Ed è dura immaginare come sarà la vita del piccolo Cristian, rimasto orfano a 4 anni. Sua madre, Cleila Catania, è morta a 30 anni mercoledì sera in ospedale, dopo un mese di agonia, a causa delle ferite riportate nell’incidente stradale dello scorso 13 ottobre ai 4 Mori. Uno scontro fatale, nato da un momento di distrazione unito a una grave leggerezza, quella di essersi messi alla guida in una situazione di non lucidità: Cleila era in sella al suo scooter con un amico quando un’auto ha invaso la corsia e l’ha scaraventata fuori strada. Il conducente della vettura è risultato positivo all’alcoltest. Un tema che il parroco dei Salesiani, che celebra la messa di addio a Cleila, sfiora nel corso dell’omelia, in cui parla di «morte tragica, in un momento così casuale». E poi aggiunge: «Bisogna chiedere a se stessi di stare attenti per poter stare attenti e proteggere anche gli altri. Cleila è come un fiore reciso anzitempo».
La chiesa di viale Rinascimento è affollata. In prima fila ci sono il compagno Matteo, e i genitori Maurizio e Rossella, mentre il fratello Maurizio Junior, 21 anni, siede da solo in un panchetto proprio davanti alla bara, stringendo il fiore blu tra le mani, senza lasciarlo mai, neanche nel momento della Comunione. Numerosissimi gli amici e i parenti presenti in chiesa. «In occasioni come questa sono tanti i perché che ci inseguono - dice il parroco - e nella logica umana è difficile rispondere perché le nostre spiegazioni sono inadeguate. Ma la verità ultima è in Gesù e nella fede. La vita non è stata tolta ma è trasformata: chi crede non muore perché vivrà nel Signore».
Il sacerdote parla dell’amore come unico unguento in grado di lenire un dolore insopportabile: «Cleila provava amore, cercava amore. Questa è la prova dell’esistenza di Dio. E chi crede in Dio non morirà ma vivrà in eterno». Il parroco dei Salesiani si stringe intorno alla famiglia: quando arriva il momento di recitare il Padre Nostro scende dall’altare e dà la mano a Maurizio Junior. Poi abbraccia di nuovo il giovane e sua madre, dopo la benedizione finale.
La chiesa dei Salesiani aveva un’importanza simbolica e affettiva per Cleila che all’età di 10 anni aveva celebrato lì la sua prima comunione. «Questo non è un caso - dice il prete - qui infatti Cleila voleva anche coronare il suo sogno d’amore e sposarsi».
Dopo la messa, la bara col corpo della trentenne è stata presa dal servizio funebre della Svs per il trasporto ai Lupi.
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