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Cinque ventenni indagati per l’attentato alla sede Equitalia
Chiuse le indagini della Procura sui fatti accaduti in via Indipendenza nella notte del 12 maggio 2012 Le accuse: detenzione di armi e danneggiamento. Ma metà dei responsabili non sono stati identificati
LIVORNO. Sono cinque, hanno tra i 28 e i 24 anni, appartengono all’universo di giovani livornesi che frequentano «il mondo antagonista e quello dello stadio, ma non hanno una caratterizzazione ideologica particolare». Secondo il pubblico ministero Antonella Tenerani, la notte del 12 maggio 2012 - in un clima di tensione nel Paese dopo una serie di attentati alle agenzie di Equitalia - hanno preparato e poi partecipato «per emulazione», all’attacco incendiario alla sede livornese di via Indipendenza, cercando di far esplodere (e riuscendoci solo in parte) alcuni ordigni, tra i quali «diverse molotov e una “cipolla”».
A distanza di 17 mesi, la Procura ha notificato agli indagati la chiusura delle indagini contestando ai 5, quattro ipotesi di reato: la detenzione di esplosivo, il trasporto di quest’ultimo in un luogo pubblico, la volontà di incutere pubblico timore attentando alla sicurezza e infine il danneggiamento in seguito all’incendio.
Del commando però - come testimoniano le immagini registrate dalla telecamera rivolta verso l’ingresso di Equitalia - facevano parte almeno altre tre persone, mentre un’altra avrebbe avuto un ruolo secondario. A meno di clamorose svolte - come scrive il pubblico ministero - queste «resteranno ignote». Perché nonostante le perquisizioni a casa degli indagati, le intercettazioni e i pedinamenti effettuati dalla polizia, non è stato possibile dare un volto a tutte le sagome che quella notte si mossero tra piazza Cavour e piazza San Pietro e Paolo.
«Il gruppo - è la ricostruzione - è arrivato su due auto, ha appiccato il fuoco, scritto con una bomboletta rossa “Equitalia boia” sulla saracinesca aggiungendo falce e martello e poi è fuggito mentre dalle finestre iniziavano ad affacciarsi alcuni residenti svegliati dalle fiamme e dal baccano».
I cinque indagati
Il più grande dei cinque indagati è Massimo Amelli, 28 anni, professione operaio, è difeso dall’avvocato Gabriele Ghilarducci. La Procura gli contesta anche la recidiva per un episodio avvenuto alcuni anni fa. Con lui nella lista dei presunti attentatori ci sono Fulvio Junior Persico, 27 anni e Roberto Perrotti, 24, studente universitario a Pisa, entrambi difesi da Tiziano Checcoli; Davide Cantelli, 26, rappresentato da Carla Ochi e Matteo Berti, 25, nato a Pisa e difeso d’ufficio da Francesco Donati.
Adesso il gruppo - come si legge nell’avviso di conclusione indagini ha venti giorni di tempo dalla data di notifica «per presentare memorie, produrre documenti, depositare documentazione relativa ad eventuali indagini difensive svolte, chiedere al pubblico ministero il compimento di atti di indagine, presentarsi spontaneamente per rilasciare dichiarazioni, chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio».
In questi giorni i quattro avvocati stanno ricevendo dalla Procura, via telematica, tutta la documentazione relativa all’inchiesta. «Si tratta di una mole molto ampia di documenti - spiegano uno dopo l’altro - ecco perché è ancora prematuro fare delle valutazioni».
Le prove dell’accusa
«È stata un’indagine complicata, nella quale abbiamo dovuto mettere insieme una tessera per volta. Così siamo riusciti a comporre un mosaico probatorio che ci soddisfa». È questa la sintesi che gli investigatori fanno di un’indagine che gli inquirenti hanno concluso e depositato in Procura ai primi di settembre.
L’indagine, alla quale hanno partecipato - vista l’iniziale delicatezza - anche i carabinieri dei Ros e la direzione distrettuale antimafia di Firenze, è partita dagli unici due volti che è stato possibile identificare dalle immagine (molto buie) registrate dalla telecamera fissata davanti alla sede dell’Agenzia la notte dell’attentato, avvenuto intorno alle 4.
È da questi due nomi che è stato possibile risalire al resto della banda attraverso le intercettazioni telefoniche e le frasi scritte sui rispettivi profili Facebook.
Le conferme però sono arrivate da altri accertamenti: la macchine usate per arrivare e fuggire da via Indipendenza e i test di laboratorio effettuati sulla bomba molotov rimasta inesplosa. Le due utilitarie, ad esempio, sono risultate intestate ad alcuni familiari dei ragazzi coinvolti, mentre sull’ordigno i carabinieri del Ros hanno isolata l’impronta di uno degli indagati.
È in questo quadro che nel luglio dello scorso anno sono scattate le perquisizione a casa dei primi 9 indagati.
Dalle residenze dei sospettati, gli agenti della polzia uscirono con alcuni indumenti, molto probabilmente quelli che alcuni componenti della banda indossava la notte dell’attentato.
@fedelazzotti
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