Sicurezza
Rapina una prostituta: ispettore Digos a processo
Poliziotto in servizio a Pisa accusato di aver aggredito squillo dopo un rapporto. La vittima: «Dopo 2 ore gli ho detto che dovevo andar via e lui si è ripreso i soldi»
LIVORNO. «Dopo due ore gli ho detto che dovevo andare via, anche perché ero molto stanca e non ce la facevo più. Ma lui a quel punto ha preteso indietro i soldi, 120 euro. Io non potevo certo ridargli il denaro: la prestazione l’avevo fatta e poi gli ho spiegato che se fossi tornata dal mio magnaccia senza il guadagno, mi avrebbe buttato fuori di casa. Ma lui a quel punto è diventato aggressivo, ha preso i soldi dalla mia borsa con la forza e mi ha picchiato, dandomi un pugno in faccia, tirandomi i capelli e iniziando a scuotermi con violenza».
È il racconto di una giovane squillo nigeriana, 27 anni, rapinata dopo un un incontro col cliente-poliziotto.
All’epoca dei fatti la giovane aveva 21 anni: era il 2006. “Lui” è Eugenio Carpentieri, 57 anni, ispettore superiore della Digos di Pisa, già agente alla polstrada, sempre nella questura pisana, e sindacalista. Originario di Cava de’ Tirreni, il poliziotto, oggi in pensione, è livornese di adozione: vive in città da decenni insieme alla famiglia. Querelato dalla donna, dopo un’indagine dei carabinieri coordinata dalla Procura, a sei anni dall’episodio il poliziotto è stato rinviato a giudizio per rapina, lesioni e danneggiamento del cellulare di lei. Questi ultimi due reati sono andati in prescrizione, resta la rapina. Il processo, iniziato lo scorso anno, ieri è arrivato a una tappa importante: è stata infatti ascoltata la vittima. La donna, che oggi vive a Ravenna, ieri in tribunale, davanti alla giudice Tiziana Pasquali, s’è presentata insieme alla avvocata del foro di Pisa, Maria Anna Abbondanza. A rappresentare l’imputato invece c’era l’avvocato penalista Francesco Atzeni.
La prostituta in aula ripercorre tutte le fasi della vicenda, fornendo la sua versione dei fatti, interrogata dal pm e poi dall’avvocato Atzeni. All’epoca, la donna viveva in città nella zona della stazione e per campare si prostituiva in piazza Dante. Quella sera, è il 10 maggio del 2006, alle 22 si trova nei giardinetti quando si avvicina una Mercedes con a bordo un uomo. «Voleva una prestazione e io gli ho detto che la mia tariffa era 25 euro - racconta la donna al pm - Solo che lui non voleva usare il preservativo, allora gli ho detto che in quel caso avrei voluto più soldi. E alla fine ci siamo accordati per 120 euro».
I due a bordo dell’auto si appartano in una stradina sotto al ponte di via degli Acquedotti, vicino alla caserma dell’Esercito. E lì avviene il rapporto, con pagamento anticipato di 120 euro, che la donna mette nella tasca esterna della borsa. L’incontro dura due ore, come la nigeriana testimonia nel corso dell’udienza. «Io non ne potevo più e poi dovevo rincasare - dice la donna davanti alla giudice - Ma lui rivoleva i soldi e non sentiva ragioni. Allora ha cominciato a tirare la borsa, io facevo resistenza ma lui insisteva e poi mi ha dato un pugno in faccia mentre io cercavo di difendermi. Poi lui è uscito dall’auto e ha scaraventato via la borsa. Io allora ho preso il cellulare che avevo nella tasca dei pantaloni: volevo chiamare i carabinieri, ma lui mi ha strappato il telefonino di mano e me l’ha buttato via. Voleva che io scendessi dall’auto, ma io sono rimasta a bordo: il mio obiettivo erano i soldi se no avrei passato i guai con il mio protettore. Lui mi aveva anche mostrato il tesserino della polizia, ma a me non importava niente: avevo bisogno di quel denaro e basta».
Il racconto della donna prosegue con la descrizione dei momenti successivi. Secondo la sua versione, il poliziotto riprende la guida e si dirige verso il centro e, quando arriva in piazza Bartelloni, nei pressi di una banca, passa una gazzella dei carabinieri. «Alla vista dei militari, io ho messo le braccia fuori dal finestrino per attirare l’attenzione, loro si sono fermati e a quel punto ha frenato anche lui - dice la nigeriana - Ai carabinieri ho raccontato tutto. Lui intanto si è qualificato, mostrando il tesserino della polizia, e loro gli hanno detto: “Vada”. Io invece sono stata trattenuta e portata in caserma dove mi hanno preso le impronte. Poi sono stata portata all’ospedale: nel corso della colluttazione avevo perso sangue dal naso e mi faceva male tutto. In pronto soccorso mi hanno medicato e fatto delle lastre per vedere se avessi lesioni. Ai carabinieri ho anche spiegato dove fosse la borsa, che poi è stata ritrovata. Ma dei due cellulari che avevo e dei 120 euro, nessuna traccia».
Dopo esser stata sentita dal pm, la donna è stata interrogata anche da Atzeni, che ha fatto delle domande per approfondire alcuni dettagli della dinamica dei fatti. La difesa contesta la versione della nigeriana che è giudicata contraddittoria in alcuni aspetti, e porta avanti la tesi che non c’è stata alcuna rapina. Secondo l’imputato, la lite è nata perché la donna voleva più soldi, essendo il rapporto durato molto tempo.
Il processo s’è concluso con la decisione della giudice di rinviare la discussione finale a un’altra udienza, il 10 gennaio, quando il caso potrebbe concludersi.
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