Il Tirreno

Livorno

Prove, dubbi e sospetti Il delitto in dieci punti

di Federico Lazzotti
Prove, dubbi e sospetti Il delitto in dieci punti

Questa mattina il giudice Antonio Pirato dovrà decidere se accettare la richiesta di rito abbreviato presentata dai difensori di Alfredo Andreucci

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LIVORNO. Il più vile degli assassini è quello che non ha rimorsi. Inizia dal memoriale che Alfredo Andreucci - l’imprenditore di 57 anni accusato dell’omicidio al mercato, ha letto in aula il primo di ottobre - il viaggio a caccia della verità processuale su quanto accaduto la mattina del 27 febbraio scorso tra le 9,08 e le 9,11 nell’atrio del palazzo centrale, l’ex cinema a due passi da piazza Cavallotti.

Dentro a questo casermone di alluminio e piastrelle in marmo chiaro è stato ucciso con cinque coltellate Claudio Costanzo, 60 anni, carpentiere e padre di due figlie. Qualche ora dopo i carabinieri arrestano il cinquantasetteenne con l’accusa di omicidio volontario.

«Non sono io l’assassino - ha ripetuto l’imprenditore davanti al giudice dopo sette mesi di silenzio passati in carcere - Costanzo era un amico, non avevo nessun motivo per ucciderlo». Possibile che Andreucci stia ancora mentendo? Possibile che abbia rimosso il delitto com’è avvenuto per Annamaria Franzoni dopo l’omicidio di Cogne?

Secondo gli investigatori, la risposta è sì. «Perché ci sono elementi e riscontri tali da non lasciare spazio ad altre ipotesi - spiega chi ha indagato - avessimo avuto un solo dubbio avremmo cercato di scioglierlo».

Questa mattina alle 10 il giudice Antonio Pirato, dopo la richiesta di giudizio immediato ottenuta dal pubblico ministero Massimo Mannucci, dovrà decidere se accettare di processare l’imprenditore con il rito abbreviato come vorrebbe il difensore, l’avvocato Francesca Galiuto. Oppure rinviarlo a giudizio e farlo giudicare dalla Corte di Assise dove rischierebbe l’ergastolo.

Nei giorni scorsi alla segreteria del giudice è stato depositato anche un dossier del generale Luciano Garofalo, ex numero uno dei Ris, il consulente scelto dalla difesa per smontare l’impianto accusatorio. Il contenuto della consulenza, per ora, è top secret ma questa mattina finirà nel fascicolo del gip insieme alle prove raccolte dagli investigatori. I dubbi, invece, cercheranno di insinuarli gli avvocati difensori cercando di rendere plausibile un’altra ricostruzione.

Le prove

Per non avere dubbi sulla paternità di un reato, in un’inchiesta tanto facile quanto perfetta, agli inquirenti servono tre elementi: l’arma del delitto, un testimone oculare ed il movente.

Nel delitto del mercato gli investigatori hanno in mano un terzo abbondante di queste certezze, mentre a ciò che manca sono arrivati attraverso altri indizi che hanno permesso di costruire «un quadro probatorio inattaccabile».

Quello che è certo è che Claudio Costanzo doveva avere dei soldi da Alfredo Andreucci. Le figlie parlano di 10mila euro, lo stesso ha ripetuto anche l’ex compagna del carpentiere con la quale la vittima si era sentita nei giorni precedenti all’aggressione. Ecco perché - come testimoniano i filmati finiti agli atti - i due si incontrano la mattina del 27 febbraio.

«Stavamo andando alla filiale di Banca Etruria di via dei Fulgidi a ritirare», ha spiegato lo stesso imputato. Il denaro, dunque, sarebbe il movente: Andreucci non aveva soldi, la ditta era in crisi, e le continue richieste della vittima gli avrebbero fatto pianificare e compiere il delitto.

L’occasione per uccidere sarebbe arrivata quando i due sono entrati all’interno del palazzo per «prendere una scorciatoia e arrivare prima in banca». Cinque le coltellate che l’assassino ha inflitto a Costanzo. Ma dell’aggressione non ci sono testimoni. L’unico è la vittima che arrivato in ospedale ha detto al medico che lo ha soccorso il nome di Andreucci quando gli è stato chiesto chi lo avesse colpito.

Secondo gli inquirenti, questa testimonianza varrebbe più di quel testimone oculare che nell’inchiesta non è mai emerso. La prima a vedere l’imprenditore uscire dal luogo del delitto, infatti, è una signora che intorno alle 9,10 è affacciata alla finestra.

«L’ho visto uscire e in mano aveva qualcosa, forse un coltello». Per l’accusa è l’arma del delitto, che però non è mai stata ritrovata. L’assassino potrebbe averla buttata nei fossi dopo essersi allontanato facendo il percorso inverso rispetto all’andata. E poi ci sono quei coltelli, così simili a quello usato per colpire il carpentiere e di cui l’imprenditore è un collezionista.

L’ultima prova con la quali gli investigatori sono sicuri di anestetizzare i dubbi è arrivata dal laboratorio scientifico dei carabinieri dove sono state trovate tracce di sangue della vittima sul giaccone del presunto assassino.

I dubbi

Dove finiscono le certezze degli inquirenti, iniziano i dubbi dei difensori. A cominciare proprio dal giaccone scuro dell’imprenditore.

Come mai - si domandano - le tracce di sangue non sono state trovate anche nelle tasche dell’imputato? Possibile che le sue mani non fossero sporche dopo aver aggredito il carpentiere?

C’è poi il giallo legato all’arma del delitto. Dalle registrazioni effettuate dalla telecamera dell’agenzia “Plusvalore”, al numero 17 di via Saffi, si vede Andreucci uscire dal palazzo e andare verso il marciapiede opposto. Per qualche secondo resta fermo con la faccia rivolta al muro. Questi sono gli unici istanti nei quali potrebbe aver fatto sparire il coltello, perché quando cammina per tornare verso i fossi ha le mani libere.

«Mentre camminavamo siamo stati aggrediti, Claudio è stato colpito, io ho avuto paura e sono scappato», ha raccontato l’imputato. Dunque ci sarebbe un terzo uomo, un assassino ancora libero. Chi è? Perché nessuno lo ha visto né entrare né uscire dal palazzo?

Per rispondere a questa domanda l’avvocato dell’imputato ha chiesto che gli inquirenti facciano una perizia sul computer della vittima.

Il sospetto è quello che all’interno del pc ci possano essere conversazioni e affari che potrebbero cambiare la prospettiva dell’inchiesta.

L’unico indizio che per il momento porta in questa direzione è l’ultima telefonata ricevuta da Claudio Costanzo prima di uscire di casa prima di essere ucciso: proveniva dalla Romania e nessuno sa ancora chi l’abbia fatta.

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