Il Tirreno

Livorno

Sorpresa: più soldi in banca (ma c’è il boom dei prestiti ko)

di Mauro Zucchelli
Sorpresa: più soldi in banca (ma c’è il boom dei prestiti ko)

I depositi negli istituti di credito sono ormai a un passo dai 4 miliardi di euro nella nostra provincia E intanto si impennano le sofferenze: nell’ultimo anno sono cresciute il triplo della media nazionale

4 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. La crisi si mangia a fetta la nostra economia e i nostri redditi. Siamo in fase di crescita sotto zero, lo dice l'anagrafe delle imprese nei registri della Camera: a fine settembre le aziende attive in provincia di Livorno erano 361 in meno rispetto a 12 mesi prima (108 di esse nel campo delle ditte artigiane). Non basta: nel commercio il "barometro" delle vendite al dettaglio volge al brutto fin da prima della crisi, addirittura da 25 trimestri il grafico dell'andamento mostra il segno “meno” (e nell'ultima fotografia, diversamente dal passato, i guai riguardano ora anche la grande distribuzione). Non è tutto: non vanno meglio le cose nell'industria manifatturiera se è vero che nell'ultima rilevazione la produzione risulta in calo del 5% (ma nelle piccole imprese è più del doppio), il fatturato perde il 12,2%, l'unica cosa che tira un po' è l'export (più 9,1%) perché invece la domanda dei mercati italiani lascia per strada più di 11 punti percentuali.

C'è di che far rizzare in testa i capelli eppure quando andiamo a spulciare le cifre dei depositi negli istituti di credito salta fuori che invece i conti in banca si sono ingrossati: quasi 3,8 miliardi di euro alla fine del giugno scorso, compresi i certificati di deposito ma ovviamente non altre forme di risparmio come azioni, obbligazioni o poste. Ma di per sé dice poco la cifra riferita dal dossier pubblicato dalla newsletter del Centro studi della Camera di commercio: quel che importa è il fatto che si registra una netta crescita tendenziale del 6,9%. Sorpresa? Sì, ma solo a metà: anche nelle altre città c’è questa massa di soldi che resta ferma in attesa sui conti in banca. Ma qui da noi un po’ più che altrove: in Toscana l’aumento rispetto a 12 mesi prima è del 6,8% e nel resto d’Italia è sotto il 6%.

La colpa è, paradossalmente, dell’effetto freezer che, di fronte a una crisi che sembra non aver mai fine, spinge alla cautela anche chi i soldi li avrebbe. «Il perdurare della crisi – spiegano i ricercatori del Centro studi Cciaa – ha, fra gli altri effetti, quello di abbassare la fiducia di famiglie ed imprese riguardo al futuro e al benessere». Come dire che molte famiglie cambiano i comportamenti di consumo con «acquisti più cauti ed oculati (ne è la prova il calo generalizzato dei consumi, tuttora in corso) non solo riguardo ai beni complessi, per i quali si prevede un rinvio a tempi migliori, ma ormai anche a quelli semplici». Tradotto: «Il conto corrente è preferito rispetto agli investimenti finanziari, grandi o piccoli, caratterizzati da un rischio che non si vuole più correre». E questo vale, «per motivi non dissimili», anche per le imprese: in circostanze del genere rinviano «non solo investimenti non ritenuti vitali, ma anche le assunzioni». Senza contare che la difficoltà di vendere case ha fatto diminuire il fascino del tradizionale investimento nel “mattone”: ci vuole troppo tempo per trasformarlo in soldi liquidi...

La stessa indagine, però, mette l’accento anche su un altro aspetto. Di segno opposto. Stiamo parlando dell’esplosione delle “sofferenze”, cioè quei soldi prestati che le banche contano di non poter riavere indietro perché il debitore è in difficoltà tali da essere sostanzialmente insolvente.

Come si tengono insieme queste tendenze apparentemente opposte? Con il fatto che la crisi non colpisce tutti allo stesso modo, anzi aumenta le diseguaglianze: basti dire che, anche solo guardando ai redditi ufficiali Irper, negli ultimi quattro anni per i quali esistono dati disponibili, è cresciuto del 22,8% il numero dei contribuenti che stanno nei due scaglioni più alti (oltre i 70mila euro euro di imponibile).

Contrariamente a quanto ci si aspetta, le sofferenze si sono mantenute sempre più basse del resto sia della Toscana sia d’Italia: forse perché vaccinata nel segno della prudenza dalle vicissitudini del principale istituto di credito cittadino più di vent’anni fa. Sta di fatto che al giugno scorso la montagna delle sofferenze nella nostra provincia era lievitata fino a quota 753 milioni di euro. In realtà, non molto più di un rigagnolo nel fiume degli oltre 11 miliardi riscontrati in tutta la Toscana.

Il problema non è tanto l’ammontare quanto il modo (velocissimo) con cui si è gonfiato: più 63,7% in appena 12 mesi. Più del doppio rispetto a quel che, nello stesso periodo, avviene nelle altre province toscane (più 26,8%). Più del triplo a confronto con il resto d’Italia (più 20,3%). Con una media di 123mila euro di crediti dati per persi per ciascun affidato. E una impennata da record proprio nelle attività manifatturiere, dove le sofferenze sono cresciute del 240% in appena un anno.

Il boom dei prestiti bancari finiti sugli scogli dei mancati pagamenti potrebbe essere un campanello d’allarme da non sottovalutare. Soprattutto se letti in tandem con l’aumento record delle proprietà immobiliari messi in vendita tramite asta giudiziaria: dall’estate in poi, gli elenchi di case, capannoni, fondi commerciali e fabbricati vari in cerca di acquirenti tramite tribunale è schizzato al di sopra della soglia-simbolo di quota 300. Praticamente il doppio a paragone degli standard degli anni prima della crisi.

È un pacchetto che vale più di 40 milioni di euro, ma poco meno della metà dei lotti hanno una base d’asta al di sotto dei 100mila euro e solo sei superano il milione di euro. Fra questi c’è la torre della Cigna, 19 piani più 3 interrati: inizialmente valutata 30 milioni di euro, adesso ne bastano 4,7.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web