Sicurezza
Porto, stop per sciopero Blitz per fermare i traghetti
I lavoratori sospendono il volantinaggio per andare sulle banchine a bloccare l’imbarco dei camion: nel mirino il tentativo di forzare sull’autoproduzione
LIVORNO. I lavoratori dei porti hanno incrociato le braccia per l'intera giornata di ieri sulle banchine livornesi così come negli altri scali di tutta Italia. A Livorno lo stop di 24 ore è stato «praticamente totale», dice Simone Angella, dirigente della Filt Cgil. Con un fuori programma nel tardo pomeriggio di ieri, secondo quanto tengono a sottolineare i sindacati: un folto gruppo di lavoratori in sciopero hanno lasciato i varchi d'accesso in porto dove stavano facendo volantinaggio e sono andati a presidiare le banchine del porto passeggeri.
Il motivo? Temevano il tentativo di forzare lo stop del porto: non è chiaro se per iniziativa dei camion in attesa di salire a bordo o se per iniziativa delle compagnie di navigazione che avrebbero provato – oltre a far sbarcare i passeggeri, cosa peraltro garantita anche durante gli scioperi – a far effettuare l'imbarco contando dunque di rimpiazzare gli scioperanti con il personale di bordo. In “autoproduzione”, cioè ricorrendo al proprio personale per operazioni di tipo portuale ma con modalità non autorizzate. Sono intervenute anche le forze dell'ordine schierate lungo il molo a tener d'occhio la situazione.
Al di là del caso in sé, quella contro le autoproduzioni è una battaglia senza fine per il sindacato in ogni porto: incluso Livorno. Già in precedenza a più riprese le organizzazioni dei lavoratori hanno sollecitato l'Authority a porre attenzione su questo problema.
È stato generalizzato il blocco diffuso delle attività portuali negli scali di mezza Italia: la Filt Cgil regionale parla per i porti toscani (Livorno, Piombino e Marina di Carrara) di adesioni con «picchi di oltre il 90 per cento». La protesta sulle banchine ha motivazioni che hanno molto a che fare con lo specifico della portualità: a cominciare dal rinnovo del contratto di lavoro (la trattativa è in «fase di stallo» e le posizioni delle controparti «a oltre dieci mesi dall'inizio della trattativa, rimangono distanti»).
Dentro il braccio di ferro sul contratto c'è però anche una sottolineatura del tutto particolare relativa alla difesa del sistema di regole messe nero su bianco con la riforma di 19 anni fa. A giudizio delle organizzazioni di categoria di Cgil Cisl Uil è in gioco il tentativo di dare una spallata a quella rete di norme per smembrarle, ma questo – si afferma – «produrrebbe effetti devastanti sull'organizzazione del lavoro e sul mercato delle imprese a spese dei lavoratori dei porti». È questo un problema che in particolare a Livorno è sotto i riflettori: la crisi riduce i traffici e, se i volumi si restringono, è facile intuire che la prima reazione di ogni impresa in difficoltà è provare ad aggredire quel che già c'è a Livorno anziché inventarsi qualcosa per far arrivare nuovi traffici che ora fanno scalo altrove.
Il meccanismo vale a maggior ragione adesso che la comunità portuale teme l'impatto del decollo dell'alleanza P3 fra le prime tre flotte kolossal al mondo, che rappresentano quasi il 40% del mercato a livello internazionale: al momento le schedule pubblicate da Maersk, di fatto il supergigante fra i giganti, escludono Livorno. Se alla fine dovesse esser confermato e se nessun altro operatore si farà avanti per “scippare” il traffico che fa riferimento a Livorno, se ne andrebbero qualcosa come 50mila teu di contenitori. Una sberla che da sola vale il 10% del totale del traffico container dal punto di vista quantitativo, ma che in termini qualitativi significherebbe l'azzoppamento della relazione diretta con la costa atlantica americana, tradizionalmente il cliente numero uno del nostro scalo (che da solo vale il 30% della polpa delle movimentazioni).
Se sparissero altri 50mila teu, potrebbe innescarsi un nuovo round della solita guerra commerciale a colpi di ribassi tariffari che, in concreto, finirebbe semplicemente per regalare sconti agli armatori e ridurre la torta della ricchezza prodotta dal porto. Inutile specificare che lo schiacciamento dei costi sarebbe presumibilmente pagato soprattutto dai lavoratori: meno regole, meno tutele, meno salari, meno sicurezza, meno occupazione.
Al tempo stesso, il fatto che i lavoratori dei porti abbiamo fermato per una intera giornata le banchine va letta guardando alla mobilitazione che le confederazioni sindacali hanno fatto partire in vista dello sciopero di mercoledì 13 per dare l'altolà alle politiche del governo riguardo alla legge di stabilità e alle strategie con cui viene affrontata la crisi.
Mauro Zucchelli
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