Gioco
Abusò della nipote, condannato a 8 anni
Sentenza definitiva nei confronti di uno zio livornese che per 10 anni ha stuprato la bimba: la Cassazione ha rigettato il ricorso
LIVORNO. «Vieni con me e dopo ti compro tutto quello che vuoi. E quando lei si era negata lui teneva le cose chiuse. Una volta che aveva paura perché aveva un ritardo nel ciclo, lo zio le aveva detto che non c’erano problemi perché l’avrebbe fatta abortire e nessuno avrebbe saputo nulla».
Una bambina di 9 anni vittima di abusi sessuali da parte dello zio e maltrattata dalla zia per dieci anni. A metà ottobre è arrivata la decisione della Cassazione che ha giudicato inammissibile il ricorso degli imputati. E così la sentenza di condanna, già confermata in appello, è diventata definitiva: 8 anni e 4 mesi a lui per violenza sessuale continuata e un anno e quattro mesi a lei per maltrattamenti. E nei giorni scorsi, lui, lo zio, 69 anni, è stato portato dalla polizia alle Sughere dove dovrà scontare la pena. Pena che invece è stata sospesa per lei, 58 anni. Di loro, difesi prima da Mario Maggiolo e poi da Laura Formichini, non pubblichiamo i nomi per tutelare la vittima che in quanto nipote sarebbe riconoscibile.
La piccola all’età di 8 anni insieme alla sorella maggiore era stata affidata agli zii perché la mamma, rimasta vedova, non poteva mantenerle. Ma l’anno dopo era iniziato l’incubo. Lei non poteva andare a scuola, non poteva frequentare le amiche, era costretta a lavorare nell’officina di famiglia e a fare lavori da uomo. «La zia la costringeva a lavorare a casa, e quando aveva smesso di andare a scuola aveva preso a lavorare nel piazzale con lo zio senza venire pagata, ma in qualche modo era rincompensata se andava con lui». Parole che fanno rabbrividire. Parole tratte dalle motivazioni della sentenza della Corte d’appello, ma che sembrano prese da “La lunga vita di Marianna Ucrìa”, cupo romanzo di Dacia Maraini. Quante analogie tra la protagonista del libro e la piccola livornese. Due bambine strappate all’infanzia, l’innocenza violata e fatta china alle perversioni di un adulto spietato e malato. Ma nella storia vera, che emerge per la prima volta in un ufficio della squadra mobile, solo dopo tre anni dalla fine delle violenze, non c’è niente di fantasioso. E non siamo nella Sicilia del Settecento ma a una manciata di chilometri da Livorno, nel periodo che va dal 1994 al 2004. Un decennio infernale in cui la bambina è costretta a sopportare di tutto: non solo le violenze dello zio, ma anche le angherie della zia che la maltratta, umilia e che le dà da mangiare gli avanzi.
Marianna nella penna della Maraini è sordomuta. La piccola livornese invece il dolore se lo tiene tutto dentro. E vive la frustrazione di non riuscire ad esprimerlo. Prova a ribellarsi ma è inutile. L’unico segno esteriore sono gli autolesionismi a cui, già dall’età di 9 anni, sottopone il suo corpicino, oggetto delle attenzioni viziose e perfide dello zio. E non è un caso che il giudice abbia riconosciuto le aggravanti legate al fatto che il violentatore sia un parente oltre che la persona a cui lei era stata affidata perché la madre non poteva garantirle una vita dignitosa. Come scrive ancora il giudice, la ragazzina è vittima due volte delle «tribolazioni e umiliazioni, oltre che di violenze (...) in un ambiente che doveva essere familiare e che invece rappresentava la peggiore insidia per la sua crescita psicofisica e per il suo equilibrio interiore di bambina e poi di adolescente».
Lei arranca tra un abuso e una vessazione. Violenze sessuali che avvengono in un camper o in un casottino della ditta dello zio, in un luogo isolato dove nessuno può vederli né sentirli. Prima il lavoro a nero, poi gli abusi. E quante volte, dopo il lavoro, lei e lo zio si presentano a cena tardi. Lei sopporta stoicamente fino a 19 anni. Poi non ce la fa più. Scappa di casa, prova a fare una vita normale, trova un fidanzato. Ma il passato riemerge in tutta la sua bruttezza. E rigurgita rabbia e dolore, su ferite mai rimarginate. Finché un giorno lei tenta il suicidio andando a sbattere con l’auto contro un albero dopo una discussione col ragazzo. Quel trauma è l’evento, cercato, che la spinge a ribellarsi e a buttare fuori il mostro che ha dentro. Ha 22 anni quando si rivolge alla squadra mobile e agli avvocati Vanessa Luperi e Giacomo Passigli di Firenze che l’hanno assistita in tutti questi anni insieme al legale Saverio Giangrandi, intervenuto in Cassazione. E più parla e più vanno avanti gli incontri con gli agenti della II sezione della squadra mobile della polizia e più dalle sue labbra e dal suo animo sofferente affiorano gli anni di prigionia. Solo ora che giustizia è fatta e lei, lontana da Livorno s’è fatta una sua famiglia, forse la vita inizierà finalmente a sorriderle.
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