Il Tirreno

Livorno

«Don Paolo sparge solo nichilismo»

di Alessandro Guarducci
«Don Paolo sparge solo nichilismo»

Il sindaco dopo la lettera del sacerdote «I risultati raggiunti sono sottovalutati»

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di Alessandro Guarducci

LIVORNO

Sindaco Cosimi, ha letto cosa le ha scritto il suo amico don Paolo Razzauti?

«Ho letto sì e sinceramente mi ha stupito un po' la forma… Comunque la considero una lettera d'amore. Del resto tra di noi c’è sempre stato un rapporto di grande affetto e stima, che non è mai stato scalfito da polemiche e discussioni, e poi c'è l'amicizia tra le nostre famiglie che risale ai tempi del muro di Berlino. Ma questa lettera, a mio giudizio, ha un difetto: non è contestualizzata nella realtà dei tempi».

Don Paolo però è stato chiaro: l'ha sollecitata a mettere da parte tutte le incertezze e a concretizzare i suoi progetti per rilanciare Livorno.

«E io rispondo altrettanto chiaramente. I progetti si chiudono solo se prima c'è stato un lavoro preparatorio per rimuovere le incrostazioni che bloccano questa città. Ed è proprio quello che abbiamo fatto in questi anni: per esempio, arrivare ad approvare il nuovo Piano regolatore del porto significa garantire una prospettiva di sviluppo per la città e chiudere una discussione assolutamente democratica ma che stava diventando infinita».

Allora ha ragione don Paolo quando dice che lei è stato frenato nel suo mandato amministrativo…

«No, non è proprio così. Chi vuole spargere speranza non può sostenere l’idea che "si stava meglio quando si stava peggio…" Il concetto nichilista in una situazione contingente non può rappresentare la realtà. Questa città, e non solo l'amministrazione, ha dovuto gestire la più grande ritirata economica e culturale dal 1929 a oggi, riuscendo comunque a difendere i principi di equità e ridistribuzione che sono alla base del mio programma di mandato. Se non si contestualizza questo dato, non si comprende ciò che sta accadendo intorno a noi. Non si può pretendere che Livorno viva da sé…"

Ma lei stesso ha ammesso che si è trovato a fare i conti con delle "incrostazioni".

«È così. Il problema vero è che a Livorno si considera dialettica democratica il rimettere sempre tutto in discussione. E questo dipende, almeno in parte, dal fatto che la condizione livornese degli anni '70, in una congiuntura positiva, ha sostanzialmente fatto pensare a tutti che i problemi della competitività non fanno parte del bagaglio culturale che questa città deva portare nei tempi attuali. Lo dico con chiarezza: può anche non piacere, ma l'esplosione della finanziarizzazione dell'economia è un dato di fatto; la fine del fordismo che ha spiazzato politicamente Livorno, pure: bisogna tenere conto di questi fenomeni. Le industrie di Stato, da un certoi punto di vista erano migliori ma ora non ci sono più. Anche i fondi centrali per i porti non esistono più. Bisogna per forza confrontarsi con questa situazione e non continuare a pensare, appunto, che si stava meglio quando si stava peggio…»

Don Paolo l'ha paragonata a Nicola Badaloni. Ma ha aggiunto che sperava fosse più simile a Bino Raugi, che giudica il miglior sindaco del dopoguerra…

«Razzauti ha citato due grandi sindaci di Livorno. Di una cosa però sono assolutamente certo: Bino Raugi ha beneficiato del contesto culturale che era stato creato proprio da Badaloni insieme a Diaz. E parlo di elementi come la stabilità e la qualità. Inoltre, bisogna ricordare che in quel contesto in cui ha operato Raugi, la politiche industriali erano nazionali e l'insieme della politica era in grado di influenzare le principali scelte. Noi, invece, oggi possiamo solo favorirle, perché le nazioni sono in difficoltà. Inoltre, se a Raugi divisero in tre il Cantiere e se Nannipieri fece la Cmf è perché la politica ha un pensiero lungo e non contingente al periodo".

Vuole insomma dire che ci sono sindaci che preparano il terreno ai loro successori e che questo è il suo caso?

«Io dico che il mandato che stiamo portando a conclusione centrerà degli obietivi che sono assolutamente sottovalutati. Sto parlando, per esempio, del Piano regolatore del porto che la città aspettava dal 1953. Ma anche del nuovo Piano strutturale, che riusciremo ad adottare nei prossimi mesi. Poi ci sono una serie di lavori che realizzeremo per il decoro della città: abbiamo dovuto fare i salti mortali per trovare i soldi e chiudere il bilancio, tra i pochi in Italia, entro il 31 luglio scorso in modo da poter fare degli investimenti. Inoltre abbiamo difeso l’impianto culturale della città e non mi riferisco solo all’impegno rivolto al Teatro Goldoni: mentre i privati chiudono, noi presto riusciremo a fare aprire due sale cinematografiche. Lo sviluppo dell’università, attraverso la facoltà di logistica e i Piuss, avrà un ruolo strategico rilevante: ricordo che molti ridevano, quando l’abbiamo messo al primo punto degli obiettivi di mandato... Poi c’è il nuovo ospedale, che determinerà un potenziamento del servizio sanitario cittadino, e ci sono i rapporti con la Regione e con le Ferrovie: abbiamo ottenuto finanziamenti importanti, se poi a inugurare le opere saranno altri, saremo felici lo stesso per il bene il città».

Ma è vero, come scrive don Paolo, che lei non si fida delle persone che ha più vicino?

«Non è affatto vero. ma se l’impressione è questa, significa che è un mio limite».

Don Paolo l’attacca anche per le scelte fatte per la giunta, a partire dagli ultimi quattro vicesindaci...

«Il suo è un giudizio per certi versi ingeneroso e comunque, per un altro verso, la responsabilità è mia. Giunti alla fase conclusiva di questa splendida esperienza, la cosa più importante è riuscire a selezionare chi può fattivamente collaborare a portare a termine quei temi che incrociano la ripresa economica e che favoriscono le innovazioni. Per ulteriori giudizi, ci sarà tempo».

D’accordo, non è ancora tempo di bilanci. Ma davvero non ha niente da rimproverarsi in questi nove anni e mezzo di mandato da sindaco?

«Certo che sì. Per esempio, credo che su alcune questioni avremmo potuto accelerare e andare a un confronto più acuto con la città».

E perché non l’avete fatto?

«Perchè a un certo punto, dal 2008 in poi, di fronte alla situazione drammatica della crisi degli enti locali, ci siamo dovuti concentrare sulla protezione sociale dei cittadini. Il vero dato è che Livorno, rispetto ad altre realtà, ha sofferto meno l’abbandono dei servizi: potevamo spingere su altre cose, invece abbiamo preferito - tanto per fare un esempio - investire nei nidi e nelle materne, aumentando i posti per i bambini ».

Tra sette mesi scadrà il suo mandato: che città lascia al suo successore?

«Intanto spero che chi verrà dopo di me sia il candidato del centrosinistra. Lascerò una città che guarda al futuro grazie a tre direttrici: la prima è il porto; la seconda è la difesa di una concezione rafforzata di equità e protezione sociale; il terzo è l’innalzamento dei servizi che diventerà un fattore di attrazione e di sviluppo economico».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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