Il Tirreno

Livorno

Dietro i destini incrociati l’amicizia fra i due padri

di Mauro Zucchelli
Dietro i destini incrociati l’amicizia fra i due padri

Il legame fra Bruno Cosimi e Mario Razzauti, divisi dalla guerra fra Dc e Pci ma uniti nell’antifascismo e nella battaglia (persa) per l’ospedale a Villa Corridi

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LIVORNO. È ingarbugliato più d'un fantasia di Salvador Dalì, il castello dei destini incrociati che lega la parabola esistenziale di don Paolo Razzauti e quella di Alessandro Cosimi. Assai più di quanto potrebbe sembrare da quell'accenno di sfuggita nella lettera-sferzata che il prete spedisce a mezzo stampa all'amico sindaco («In forza dell'amicizia e della stima che ci lega sin da ragazzi»). Fra l'uno e l'altro corrono dieci anni e un mese: Razzauti ha compiuto 68 anni a ottobre, nel giorno di sant'Abramo che guida il popolo verso la Terra Promessa; Cosimi spegnerà 58 candeline sulla torta domenica 10, stesso compleanno tanto di Dostoevskij quanto di DiCaprio.

Non c'è da immaginarseli,a correre dietro un pallone insieme sullo stesso campetto spelacchiato di periferia, fra i banchi del medesimo liceo o ad ascoltare gli stessi 45 giri nel mangiadischi: Alessandro ha a malapena finito la terza media quando Paolo, ventiquattrenne, dice la prima messa.

Proprio per questo il legame nasce da lontano: nel rapporto fra i padri. Mario Razzauti, classe 1911, e Bruno Cosimi, nove anni più giovane, hanno alle spalle la militanza antifascista: ma in campi differenti.

Mario è nella Resistenza “bianca” alla scuola di don Roberto Angeli, il prete "ribelle per amore": le camicie nere lo catturano due volte, la seconda lo passano ai nazisti. Lo porteranno loro a Firenze fra i torturatori di Villa Triste che gli “regaleranno” quel buco in testa. Era la numero 78, una delle primissime, la sua tessera dell'Azione cattolica: e mettere l'accento sull' “azione” non è solo un modo di dire. Del resto, bussano a lui se c'è da infilarsi di nascosto nella “zona nera” per andare a mettere in salvo le ostie consacrate: per un credente come lui, lì c'è il corpo di Cristo e bisogna portarlo via anche a costo di rischiare la pelle sotto i fucili nazisti. Appartiene al ceppo dei cristiano-sociali ma quando il Vaticano dà l'altolà a ogni feeling con i comunisti, sceglie la Democrazia cristiana e, anzi, ne interpreta la linea anticomunista, se è vero che diventa uno dei riferimenti dei comitati civici di Gedda.

Entra in consiglio comunale nel '56. Appena dopo la morte di una delle ultime “giunte del Cln” che sopravvivevano in Italia: il Pci mette ko Diaz perché troppo morbido e, tempo poco, anche la Chiesa si mette l’elmetto con il Vaticano che spedisce a Livorno monsignor Pangrazio. Guai a dimenticarsi che di lì a qualche settimana il Pci vivrà lo choc per la rivolta d'Ungheria repressa in autunno dai carri armati sovietici (e preceduta a giugno dalla rivolta degli operai polacchi). Razzauti è, alle spalle di Gabba e Acquaviva, il terzo fra i più votati nella Dc che non raggiungerà più nel voto amministrativo il 28,4% di quel maggio. Resta nella trincea dell'opposizione per altre due legislature: nel '60 arriva secondo nella sfida delle preferenze sotto le insegne della Balena Bianca scudocrociata, dietro Gabba ma battendo perfino Paola Bolognani, idolo tv con il Mike di "Lascia o raddoppia?". Quattordici anni filati, fino al giugno '70: quando a dominare la scena arriva una nuova leva di cavalli di razza (Querci, Mancusi, Kutufà).

Bruno Cosimi è un comunista che ha combattuto con i partigiani sull’Amiata: nella Cgil costruisce il radicamento nel pubblico impiego fino a diventarne dirigente nazionale). Sale le scale di Palazzo Granducale: è dal ’67 assessore alla sanità. Tre anni prima, a Botteghe Oscure, quartier generale del Pci, è entrato nella direzione nazionale nella commissione sicurezza sociale.

Fin qui sono storie che potrebbero stare sul ring della politica nell’Italia di Peppone e don Camillo. In realtà, i due si conoscono bene già per il mestiere che fanno: ambedue all’Inps, le scrivanie l’una dirimpetto all’altra. I destini dei due padri si incrociano nella squadra alla guida dell’ospedale nella seconda metà degli anni ’60: Bruno Cosimi e Mario Razzauti non hanno affatto smesso di essere l’uno comunista e l’altro democristiano, ma ce la mettono tutta nella battaglia – insieme anche al professor Giampaolo Zucchelli – per far costruire il nuovo ospedale a Villa Corridi. Anche a costo di passare per eretici all’interno dei loro partiti: anche se a entrambi costerà la testa ai vertici dell’ospedale. Cosimi senior lo ritroveremo poi presidente della municipalizzata Amag, in consiglio comunale dal 1980, poi assessore. Fino a essere stroncato da un malore,nell’agosto ’88 – un po’ come Berlinguer nell’estate di quattro anni prima – durante una riunione della giunta mentre stava presentando le schede del progetto anziani.

L’impegno politico è senza gettone: praticamente volontariato, senza neanche riscuotere gli straordinari. «Tant’è vero – racconta don Paolo – che da ragazzo sognavo una bici ma la prima ho potuto comprarmela quando sono diventato prete. Mio padre l’auto l’ha comprata a 59 anni, prima non l’aveva. E anche il padre di Cosimi era di quella pasta lì: la politica non era carriera».

È un legame in cui entra anche il vescovo Ablondi: è Razzauti (tramite il figlio Paolo) a portargli il figlio dell’amico (Alessandro) per cresimarlo, e a portarsi appresso come padrino un’altra figura storica del laicato ecclesiale (Lugetti).

Adesso, con qualche chilo in più e un po’ di ammaccature per le mille battaglie, don Paolo non ha rinunciato – in nome dell’amicizia – a cantarle senza tanti giri di parole alla città e al suo amico sindaco. Come quando si è lamentato della mancanza di solidarietà della città dopo una sfilza di raid vandalici contro le chiese livornesi (e il sindaco gli aveva detto che quel tono era «sorprendente»: era il giugno 2005). Come quando accusa la classe politica dirigente di essere «prigioniera dei veti incrociati» (e già faceva partire una strigliata per Cosimi chiedendogli di «portare la nave al largo»: era il novembre 2007). Come quando ha invitato i livornesi a «imparare a non accontentarsi» («manca secondo me una ventata di sano libeccio che ci porti a costruire qualcosa, invece vedo sempre più un clima di tutti contro tutti»: era il dicembre 2009). Come quando ha descritto la città come sfibrata e «senza progetti né speranze» (segnalando che «la politica si sta rinchiudendo nel Palazzo»: era il dicembre 2010).

Da quando poi la politica viaggia su Facebook invece che in fabbriche e consigli, ancor di più: è una piazza virtuale con un pubblico di 1.310 persone, anzi amici. Dieci volte di più della più affollata assemblea politica degli ultimi dieci anni.

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