Gioco
Sotto il segno di don Nesi «Noi e Corea 50 anni dopo»
La Fondazione a lui intitolata: niente operazione nostalgia, vogliamo rimettere al centro l’esempio di Alfredo. E intanto ritornano in pista i “Quaderni”
LIVORNO. «Tutto è cominciato come poteva cominciare con l’arrivo di un prete in una periferia operaia dove il Pci arrivava all’80%: di giorno la chiesina di legno veniva costruita e la notte arrivava qualcuno a smontargliela». È passato mezzo secolo da quel giorno e quando racconta il debutto di don Alfredo Nesi a Livorno, Rocco Pompeo non se lo sogna nemmeno di incassettarlo dentro un passato da lasciare agli storici e agli amarcord: è carne viva, vita della propria vita. Così come lo è per tanta parte della gente di Corea, di quella che ha i capelli grigi in testa. E ora lui, Pompeo, laico senza tanti tentennamenti, adesso si trova a guidare la fondazione che di quel prete porta il nome e l’eredita, e a vedere nelle frasi di papa Francesco un segnale di speranza e di futuro.
«È un po’ come se lo spirito del pontefice attuale – dice – l’avessimo vissuto in Corea tanti anni fa: perché Nesi era sì sì “don” ma anche “ Alfredo”. Nel senso che ha costruito la chiesa ma l’ha fatta al di là della strada rispetto al Villaggio Scolastico. E io non mi rammarico affatto di aver scaricato le tavole per la chiesa: eravamo parte di una comunità».
Adesso, per riannodare i fili rossi di quell’esperienza straordinaria ecco che, dopo il decollo della Fondazione e dell’associazione intitolate a don Alfredo, tornano in pista i “Quaderni di Corea”per i tipi di Agorà: la nuova serie ha finora messo l’accento sulla “svolta del Concilio Vaticano II” (vista nelle figure di don Nesi e di don Bartoletti) e sul Villaggio Scolastico di Corea come «esperienza di eccellenza socioeducativa a Livorno» («ma lo sa che al ministero l’altra mattina mi hanno parlato con ammirazione di quel modello di scuola?»). La lista dei “Quaderni” di allora fissava lo sguardo sulla Cina («questa sconosciuta che arriva»), 20-25 anni prima che il mondo se ne accorgesse. I confronti erano fra De Mita e Ingrao (su una enciclica di papa Paolo VI), fra Benvenuto, Macario e Trentin (sull’unità sindacale). E nel frattempo arrivano studiosi perfino dal Giappone per studiare – negli archivi coordinati da Elisa Orlandini per la Fondazione – l’esperienza del Villaggio di Corea ...
Don Alfredo non aveva dato una location singolare ai big della politica o del sindacato. Aveva innescato un terremoto ben più profondo: «Ha portato la città (e il mondo) in periferia, e ha portato la periferia a guardare negli occhi la città (e il mondo)», dice ora Pompeo.
Facile a dirsi ora. Ma allora «non più del 50% degli abitanti aveva la licenza elementare e il 40% non aveva nessun titolo di studio», precisa lo studioso Gianluca Della Maggiore, collaboratore della Fondazione. Ecco perché la rivoluzione di don Nesi è «prima di tutto la scuola per tutti e di tutti». Anche se non era semplice per le tante famiglie proletarie di Corea («venivano da qui quasi tutti i garzoni di Livorno»).
Come si fa a far saltare la barriera invisibile che spinge la periferia “fuori” dalla città? Contando sull’impegno delle persone, dice don Nesi. Da un lato, la “casa dello studente”: giovani come Pompeo che arrivano da ogni parte d’Italia per poter andare all’università e ottengono sì una stanza ma devono restare in pari con gli esami e intanto si impegnano a aiutare la crescita dell’alfabetizzazione del rione. Dall’altra, i “volontari di città”: giovani che arrivano dagli altri quartieri di Livorno e sono disposti a dare una mano («sono prevalentemente cattolici ma non solo»).
Ma c’è un altro tassello del puzzle, che valorizza l’esperienza di vita che ciascun coreano ha, a cominciare dall’impegno in politica o nel sindacato in fabbrica: sono gli “incontri di Corea”. Anche qui, sia chiaro, non stiamo parlando di location o di fiocchini: Corea diventa un punto di riferimento che fa saltare gli steccati. Arrivano Nilde Jotti e Gianni Rodari, monsignor Helder Camara e l’Abbè Pierre e chissà quanti altri. Non è teatrino né costruzione del consenso: è la periferia ultrapopolare che diventa per tre ore il centro d’Italia.
Del resto, – spiegano Pompeo e Della Maggiore – don Nesi non era schizzato fuori a sorpresa. «Appartiene a quella bella stagione del rinnovamento ecclesiale fiorentino che ha dato al mondo La Pira, padre Balducci, don Facibeni, il cardinal Dalla Costa. Era la Firenze dei profeti e degli eretici: di don Milani era stato compagno di banco in seminario. E a sinistra era la Firenze di Agnoletti e Codignola. A Firenze ha conosciuto le difficoltà degli orfani di guerra e le lotte operaie della Nuovo Pignone».
La Fondazione Nesi vuol evitare che il patrimonio di idee e stimoli lasciati da questo prete straordinario possa rischiare di perdersi. Era stato lui a guardare un po’ di traverso inizialòmente l’idea di una Fondazione a suo nome («volete farmi il monumento da vivo?»), poi la sua avventura missionaria in Brasile nelle favelas di Fortaleza ha assorbito praticamente tutte le energie anche del gruppo di amici che gli erano stati vicino.
«Beninteso, la nostra nojn è una operazione nostalgia», scandisce Della Maggiore. «In primo luogo, – aggiunge Pompeo – ci interessa ricostruire la figura di don Nesi ma in chiave storico-critica, senza farne un santino agiografico perché il primo a non volerlo sarebbe proprio don Alfredo». L’altra questione ha a che fare con la ripresa di un filo di dibattito sui grandi temi. Ad esempio, Pompeo ne indica uno: «Il volontariato è stata a lungo una forza “rivoluzionaria”, che agiva per trasformare la realtà. Adesso sembra soprattutto un cerotto per medicare le ferite, un argine per fermare l’uragano della disuguaglianza. Ma può bastare?».
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