Gioco
Il pinot nero nato da uno scherzo del destino
Lo sbaglio di un fornitore, che scambiò le pianticelle, ha fatto la fortuna della tenuta di Bagnolo
Meno male che ogni tanto il caso ci mette lo zampino, finendo per demolire i disegni che governano i giorni degli uomini. Quando poi si unisce all’errore, gli scenari che si prospettano sono imprevedibili. La storia, in estrema sintesi, è questa: il pinot nero più blasonato e conosciuto della Toscana, prodotto dal marchese Vittorio Pancrazi nella splendida tenuta di Bagnolo, è nato per sbaglio. Se i propositi del nobiluomo si fossero realizzati, all’ombra del Monte Ferrato, nel comune di Montemurlo, da vent’anni non si sarebbe prodotto altro che sangiovese. Solo che, per mera casualità, il fornitore scambiò le pianticelle e spedì pinot nero anziché la varietà richiesta. Nessuno se ne accorse e quell’anno - era il 1979 - l’impianto fu eseguito secondo le migliori tecniche disponibili.
Il risultato fu un “sangiovese” a dir poco singolare. Quanto a trasparenza, ne aveva da vendere. Ma la coloritura, proprio quella, non tornava: inizialmente pronunciata, dal rubino al granato, finiva per tendere alla media intensità. Per non parlare degli aromi, delicati e addirittura sottili, con un’acidità evidente ma lontana da quell’aggressività giovanile che la varietà principe della Toscana, appunto il sangiovese, sa mostrare nelle circostanze migliori. Insomma, era un pinot nero. A svelare l’arcano fu l’enologo di casa Pancrazi, Nicolò D’Afflitto, con specializzazione nei vini di Borgogna, che si accorse di trovarsi di fronte a un rosso imprevisto. Ne era rimasta una damigiana, da cui lui prelevò il campione per assaggiarlo. D’Afflitto emise un verdetto chiarissimo. Inappellabile.
Vittorio Pancrazi, 83 anni, racconta volentieri questa storia alimentata in parte dal caso e per il resto dall’errore: «A quel punto, cosa avremmo dovuto fare? Estirpammo il sangiovese che avevamo e al suo posto piantammo il pinot nero - ricorda -. Anche se ormai la “vigna dello sbaglio” è stata sostituita da un impianto più moderno, comprensivo dell’irrigazione dei vigneti». Il marchese ripercorre la storia del suo fuoriclasse in bottiglia seduto nell’ufficio «del signor fattore. Vede quelle panche allineate fuori dalla porta? Ecco, su quelle sostavano in attesa i mezzadri. Aspettavano di essere ricevuti». Proprio su quelle, poiché alla Villa di Bagnolo il tempo si è fermato, lasciando tutto com’era decenni fa.
Anzi, secoli fa. Il corpo centrale dell’immobile risale al 16º secolo, i laterali al 1700. Il marchese, o meglio la moglie Cristina Morrocchi, ereditò tutto nel 1965: la tenuta di Montemurlo con la sua villa, cinquanta ettari di terreno, gli annessi, i giardini e le cantine, che andavano a sommarsi all’altra tenuta, quella di Calenzano, dieci volte più estesa. Fu la principessa Alberta Niccolini Strozzi, a sua volta erede diretta della blasonata famiglia fiorentina acerrima nemica dei Medici, a lasciare tutto quel ben di Dio alla nipote.
A quel punto cos’altro avrebbe potuto fare il marchese Vittorio, se non dare una svolta alla propria vita? Non ci pensò due volte e lasciò il lavoro di bancario (aveva transitato per il Banco Ambrosiano e la Banca Commerciale) per dedicarsi a tempo pieno alla conduzione delle due aziende agricole. «Ho sempre avuto a che fare con la campagna - ricorda seduto alla scrivania del “signor fattore”, castagno e noce levigati e lucidati a regola d’arte -. Vede la foto in bianco e nero, incorniciata e appesa alla parete? Quel bambino in posa davanti alle due vacche chianine sono io. Avevo otto anni. Da allora è passato un po’ di tempo...»
Ma il trascorrere delle ore e dei minuti è solo una convenzione umana, una misurazione i cui effetti si vedono sulle cose meno che sulle persone. Ad esempio, Villa di Bagnolo è rimasta com’era, con le tre lune dello stemma degli Strozzi ovunque: sulle pareti esterne, sulla mastodontica botte padronale della cantina, persino nella vecchia cucina ora adibita a sala di degustazione, dove è conservato un “cala-pranzi” collegato alla sala superiore e ancora funzionante. Oggi sarebbe un sofisticato congegno tutto inox e circuiti elettrici, magari ottimizzato da un software di tipo standard collegato a una tastiera. Roba di serie, insomma, mica quel laborioso eppure elementare e per questo unico congegno di funi e pulegge che spostavano i carichi quando l’energia elettrica era ancora fantascienza.
Il fascino di questa villa dalla facciata pulita e lineare sta qui, nel tempo che si è fermato. Certo, ancor prima l’occhio è attratto dal giardino curato alla perfezione, con l’erba rasa come in un campo di calcio e gli otto giganteschi tigli sovrastati da due querce ancor più alte. Ma a fare la differenza è la cura per le cose d’antan, indipendentemente dal loro valore, come testimonia l’orinatoio del piano terra che, a occhio e croce, almeno una guerra mondiale deve averla passata. Roba da maschi, s’intende, e per questa ragione specchio dei tempi: sulle panche allineate nel lungo corridoio che portava all’ufficio del “signor fattore” sedevano i mezzadri, gli uomini che lavoravano i campi e che nella società patriarcale dell’epoca erano i capoccia, i capi-famiglia ai quali era riservato il compito di pensare alle cose più importanti. Le massaie restavano a casa, a badare ai figli e al resto.
Ma nemmeno il marchese Vittorio Pancrazi, alla fine, è riuscito a evitare del tutto l’incedere della modernità. E giù nella barriccaia, dove il pinot nero “Villa di Bagnolo” nato dalla “vigna dello sbaglio” si affina prima di essere imbottigliato, mostra il tubo nel quale viene convogliata l’acqua prodotta dall’impianto di de-umidificazione del muro portante. Poco lontano, il congegno che garantisce il raccolto: «È collegato alla recinzione elettrica a bassa tensione che allontana cinghiali, caprioli e daini. Se entrano tra i filari, siamo finiti - spiega -. Il bosco, però, ci rende vulnerabili: abbiamo dovuto limitarci alla rete, che puntualmente viene sollevata dagli animali. Ci passano sotto».
Un vero rischio, visto che quella del pinot nero è una produzione di nicchia. Ogni anno, al massimo, da Villa di Bagnolo escono diecimila bottiglie, nella maggior parte destinate ai mercati degli Stati Uniti, della Russia e della Svizzera, a cui vanno aggiunte le duemila della riserva “Vigna Baragazza” e le 1200 di rosé. Di più, da quei cinque ettari coltivati a vite, non è logico pretendere. Ma i vini che sfornano sono di prim’ordine, rappresentando oggi la declinazione toscana del rosso borgognone più famoso al mondo: più sole, più colore, più frutto, più sentori balsamici. E scusate se è poco, per un vino che neppure doveva nascere, venuto su grazie al caso, all’errore di un fornitore sbadato e a un vigneto che, con un pizzico d’ingratitudine mescolata a dosi massicce d’ironia toscana, porta il nome di “vigna dello sbaglio”.
. (Ha collaborato Riccardo Tempestini)
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