Gioco
Pd, vincono Lippi e De Filicaia (però non fanno cappotto)
Quasi una sberla per il leader dell’Unione comunale: prende il 7% in meno del segretario territoriale Trappola per il renziano Quintavalle: perde un voto su 3, l’area Bolognesi l’ha spinto poco
LIVORNO. Probabile che Celso Ghini si rivolti nella tomba: lui, l'ex operaio autodidatta che da Botteghe Oscure riusciva a dare i risultati elettorali prima che lo facesse il ministero, difficilmente capirebbe che ieri, con due soli congressi (su 24) ancora in pista a metà pomeriggio, si avessero dati ufficiali da non più di metà dei circoli esistenti in città. E stiamo parlando di Livorno, roccaforte e città simbolo, mica di Paternò dove il Pd arriva a malapena al 10%...
A quanto risulta dalla somma di questo miscuglio di dati (per metà da confermare), nei 24 circoli di Livorno città i due segretari uscenti l’hanno spuntata con margine largo ma tutt’altro che stratosferico. A livello comunale: Yari De Filicaia totalizza 860 voti (63,3%) mentre Alberto Silvestri raggiunge quota 498 (36,7%). Su scala territoriale, l’ex federazione: Samuele Lippi vola a 910 consensi (70,3%) mentre Alessio Quintavalle si ferma a 385 (29,7%).
60-40, COME 5 ANNI FA
È cambiato il mondo, Bersani non ha smacchiato il giaguaro, è saltato fuori Renzi e Civati era chissà dove. Ma in certo qual modo gli esiti numerici non sono poi così lontani dall’esito congressuale di cinque anni fa: con la struttura del partito di lontana ascendenza Pci che, al momento di “pesarsi” vale grossomodo il 60% contro il quasi 40% dello schieramento contrario, costruito sempre attorno alla regia di Marida Bolognesi, allora con le bandiere “franceschi- niane” e oggi in alleanza con i filo-Renzi.
In realtà, se si guardano i numeri balza agli occhi una differenza non di poco peso nell’esito degli sfidanti dei segretari: Silvestri (area Bolognesi) ha ottenuto 113 voti in più di Quintavalle (renziano), espresso dalla stessa alleanza. Tradotto: il candidato renziano ha perso per strada un terzo della propria dote di voti. O è la persona più antipatica di Livorno o c’è odor di trappolone: una (bella) fetta dell’area Bolognesi non l’ha votato, preferendo o rifugiarsi nel limbo di schede bianche e nulle (che in effetti nel voto per il coordinamento territoriale quasi triplicano passando da 34 a 99) o cambiano cavallo con voto disgiunto che finisce a Lippi. Ed è dunque una sberla indiretta a De Filicaia, che si ritrova con 50 voti in meno rispetto a Lippi (un bel 7% in meno, mica scherzi).
Al tempo stesso, si conferma anche a Livorno il fatto che Matteo Renzi sfonda un po’ ovunque nell’arena nazionale per la leadership del Pd, invece non è così per il suo esercito in campo nei congressi locali. È solo perché l’apparato fa resistenza o si aprirà una stagione di riflessione anche per uomini e donne che stanno in trincea con il sindaco-rottamatore? Non è un segreto che anche a Livorno vi siano più gruppi che si accreditano come renziani.
Lasciamo fra parentesi l’articolazione territoriale del voto: la riprenderemo per capire come cambiano gli equilibri nella mappa del Pd zona per zona, segretario di circolo per segretario di circolo. Per quel che è dato sapere sulla base delle informazioni raccolte, i votanti sono (sarebbero?) stati 1.394 a Livorno città. Con una partecipazione che ha supera il 50% e offre al quartier generale Pd la chance per un brindisi nel segno del successo di affluenza: bisognerebbe aggiungere che nel congresso-plebiscito per Di Rocca, archiviato in appena dieci mesi, si era arrivati appena al 34% ma nel 2008 nel round fra Bersani, Franceschini e Marino la partecipazione si attestava al 64% (anche se con un minor numero di iscritti e di votanti).
Qual è la percentuale di quest’anno? Impossibile saperlo: semplicemente perché non lo sa nemmeno lo stato maggiore del Pd, visto che i cedolini delle iscrizioni in zona Cesarini devono ancora affluire ai responsabili del tesseramento.
DATI UFFICIALI SOLO A METÀ
In effetti, i dati ufficiali diramati dal Pd via web sono messi in fila sezione per sezione ma ne mancano la metà, c'è qualche presumibile svista nelle cifre (ma anche nella definizione di "voti validi"), senza contare che sono lì un po' come capita. Il resto sono numeri ancora da confermare dalla commissione, e le percentuali sono un Ufo per cui i lettori sono costretti a fidarsi dei calcoli del cronista del Tirreno. Figurarsi che l'entourage del segretario uscente Samuele Lippi ripeteva ancora ieri sera che a Livorno i consensi si attestavano attorno al 65% mentre in realtà le cifre in possesso del Tirreno portano, se sommate, a indicare il 70,3%.
UN «CONGRESSO VERO»
Dettagli di fronte alla realtà di una sfida congressuale finalmente fuori dalle liturgie del consenso ma nel segno di uno scontro vero e duro? Neanche poi tanto, se è vero che, incrociando fonti dei due fronti in lizza, si quantifica in «un centinaio» di persone il fenomeno del voto in extremis di ex extracomunitari contrappesato da analoghi fenomeni di iscritti all’ultimo tuffo dagli anti-renziani in qualche sezione («ad esempio, una dozzina a Coteto»). Tradotto: se a Livorno città hanno votato in quasi 1.400, è da ritenere che un voto su dieci rischi di poter essere catalogato alla voce “truppe cammellate”. A meno che proprio il fatto che, come ripetono tutti, «stavolta si è trattato di un congresso vero», non abbia mobilitato inaspettate energie nascoste nelle pieghe della società civile, compresa la voglia di spendere un po’ del proprio tempo nel segno della partecipazione politica. Anche se magari scoperta solo l’ultimo giorno utile.
Se un congresso di partito non è mai un pranzo di gala ed è peggio d’un ring in fatto di colpi sotto la cintura, sta di fatto che stavolta non è stato solo «un congresso vero» ma è andato in scena anche a ridosso di una tornata decisiva per l’individuazione del gruppo dirigente che governerà nel prossimo decennio i vari tasselli del puzzle del potere in città. A cominciare dalla scelta dei candidati con cui scendere in campo nel voto di primavera, il più fitto di incognite dal dopoguerra.
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