Il Tirreno

Livorno

Per l’agguato 35 anni di carcere «Ma il mio dolore non si ripaga»

di Federico Lazzotti
Per l’agguato 35 anni di carcere «Ma il mio dolore non si ripaga»

Il giudice ha condannato tre dei quattro imputati per l’aggressione a Simone Gonnelli Gli avvocati difensori: «Decisione esagerata, i punti oscuri saranno riproposti in sede di appello»

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LIVORNO. «La decisione di oggi non potrà ripagarmi della paura di quella notte, del dolore fisico e mentale dei giorni che sono seguiti. Non potrà ripagare le lacrime versate nelle notti in ospedale, la preoccupazione di chi mi è stato vicino. Ma la giustizia terrena, per chi ancora ci crede, sta facendo il suo corso. E questo è importante».

Il giudice Gioacchino Trovato ha finito da qualche minuto di leggere la sentenza con la quale ha condannato ad una pena complessiva che sfiora i 35 anni di carcere e 50mila euro di risarcimento tre dei quattro imputati per l’agguato a Simone Gonnelli, quando dal telefono dell’imprenditore, proprietario del ristorante “Precisamente a Calafuria”, parte un messaggio in cui si mischiano un anno e mezzo di odio e gratitudine, speranza e dolori.

«Da allora - aggiunge - la mia vita è cambiata. Adesso apprezzo e valuto le cose in modo diverso, ho rivisto tutta la scala di valori: mi concentro su mia figlia, il resto dei problemi li considero solo rumore e confusione».

La sera del 28 luglio 2012, prima che tutto questo avesse inizio, Gonnelli aveva passato la serata nel locale a picco lungo la scogliera del Romito. Intorno alle 1,30 esce portando con sé due borse. Nella prima ci sono dentro una consolle Virtual dj e un pc portatile Mac, mentre nella seconda tiene l’Iphone 3, un I-pad 2 e il portafogli con cinque carte di credito, i documenti, 300 euro in contanti e un blocchetto di assegni della Cassa di Risparmio di Volterra.

Mentre guida verso la sua villetta in via del Glicine, a Quercianella, non sa - come hanno invece ricostruito gli agenti della squadra mobile attraverso l’analisi delle celle telefoniche - che Angelo Chiarenza, condannato ieri a 14 anni di carcere per tentato omicidio - lo sta seguendo mentre nel giardino di casa sua lo stanno già aspettando due complici: incappucciati e armati.

Saverio Barbera, 46 anni, lo scorso 26 luglio in tribunale ha raccontato così al giudice, quello che è avvenuto quando Gonnelli ha aperto il cancello della villetta. «Io e Nino (Antonino Tropea detto Nino u’ Picciriddu) eravamo in giardino. Lo abbiamo aggredito e preso a bastonate ma a un certo punto è riuscito a disarmare “Nino” e ha iniziato a colpirlo. Nessuno di noi si aspettava quella reazione. È stato in quel momento che mi ha urlato: “Spara”. Ed io ho premuto il grilletto, ma non volevo ucciderlo».

Il proiettile calibro 9 i medici lo hanno tirato fuori dalla spalla sinistra di Gonnelli dopo un lungo intervento chirurgico. Ma quello che più ha tenuto in ansia chi ha curato l’imprenditore sono state le botte in testa e gli eventuali danni che queste avrebbero potuto causare. «Alla fine - dice l’imprenditore - sono ancora vivo e questo è l’importante».

La svolta nelle indagini per risalire agli autori dell’agguato, dopo che gli uomini della squadra mobile avevano scandagliato il passato di Gonnelli (tra i sospettati sono finiti anche i vicini di casa) è arrivata l’11 agosto, quando Thomas Kremer, turista tedesco con la passione per le camminate e la tecnologia, ha trovato in un dalle parti di Santa Luce un I-phone mezzo distrutto con dentro ancora la scheda sim: ha tolto la scheda, l’ha messa in un altro telefono e mandato due messaggi, uno al padre di Gonnelli e l’altro ad un amico.

Da qui un pezzo per volta gli investigatori riavvolgono il filo degli indizi fino ad arrivare al clan dei catanesi e al movente: un debito che l’imprenditore non aveva saldato con Angelo Chiarenza per un fabbricatore del ghiaccio difettoso.

Quella che si è conclusa ieri è solo la prima tranche di una guerra legale che sarà ancora lunga. In aula infatti deve ancora comparire Giuseppe Chiarenza che a differenza degli altri quattro indagati non ha scelta di essere giudicato con il rito abbreviato. Poi ci sarà l’appello come spiega l’avvocato Marco Talini: «Aspetto le motivazione ma da una prima lettura ci sono dei profili che non funzionano. Ecco perché la ritengo profondamente ingiusta».

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