Sicurezza
«Imed Hamdi è il killer di via Masi»
Il pm lo accusa di omicidio volontario per la morte del tunisino Hosni, suo rivale nel traffico di droga. Estranea ai fatti la ex
LIVORNO. Il Dna della vittima sull’arma del delitto. E la confessione dell’assassino resa in carcere a un compagno di cella. Gli inquirenti non hanno più alcun dubbio: ad uccidere Ismael Hosni, tunisino di 30 anni trovato in stato di decomposzione nell’ex deposito Atl in via Masi lo scorso 13 giugno, è stato Imed Hamdi, algerino di 37 anni, già in carcere con l’accusa di tentato omicidio nei confronti della ex fidanzata, Veronica Franceschi, livornese di 30. Ieri i carabinieri hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a Prato - firmata dal giudice Gioacchino Trovato e chiesta dal pm Luca Masini - nei confronti di Imed Hamdi: l’accusa è omicidio volontario e occultamento di cadavere. L’arma su cui sono state trovate tracce della vittima è la stessa usata per accoltellare Veronica. Lei, secondo la magistratura è estranea ai fatti: non ebbe alcun ruolo nell’omicidio di via Masi. E in questo assurdo intreccio di gelosia malata e droga, la giovane livornese è stata solo vittima prima dello stalking e poi dell’aggressione per mano di Hamdi (oggi c’è il processo).
Due crimini in poche ore. Un delitto e un tentato omicidio consumati nell’arco di poche ore. Era fine inverno. Secondo gli investigatori, l’algerino la sera del 10 marzo si recò nel deposito Atl in via Masi per incontrare la vittima, Hosni. E lo uccise a coltellate. La mattina del giorno dopo, erano le 11 quando con la stessa arma accoltellò Veronica, che per un soffiò riuscì a sfuggire ai fendenti mortali. Lei è sopravvissuta, Hosni no.
«L’ho ammazzato io», la rivelazione al compagno di cella. Una confessione fondamentale per le indagini. L’algerino nel contesto carcerario confessò al compagno di stanza di essere il killer di via Masi. Un sussurro tra le mura dell’istituto detentivo che il compagno, anche lui magrebino, non se l’è sentita di tenersi dentro. E così nel corso di un trasporto il nordafricano raccontò tutto a un agente penitenziario, dando di fatto il via alle indagini. La confessione riferita è stata poi suffragata dalle indagini del Nucleo investigativo, guidato da Luigi Perri, che tramite la prova del Dna e indagini tecniche hanno accertato la veridicità della rivelazione.
Ma al pm disse: «È stata Veronica a uccidere». Sin dai primi giorni dopo la scoperta del cadavere di via Masi, Hamdi ha accusato la sua ex Veronica dell’assassinio. Agli investigatori, l’algerino ha raccontato di aver dato lui stesso appuntamento a Hosni nel complesso abbandonato di via Masi. «L’ho fatto venire nel deposito con l’inganno - ha ammesso davanti al pm - e Veronica era con me. Mentre parlavamo lei lo ha accoltellato». Ma questa versione dei fatti non ha convinto la magistratura: «La Franceschi è estranea al delitto», spiega il procuratore capo Francesco De Leo che ha coordinato le indagini. Secondo gli inquirenti, infatti, la trentenne non era presente in via Masi.
Movente: tra passione e spaccio. Ma cosa avrebbe spinto Hamdi ad agire contro Hosni e poi contro la ex? Gelosia e droga. Un mix fatale. Hamdi era convinto che Veronica avesse una relazione con il tunisino. E la sua passione morbosa verso di lei è primo motivo che l’ha spinto ad aggredire Hosni. In realtà, tra i due non c’era mai stata una relazione, come ha sempre sostenuto la stessa giovane. Tuttavia al movente passionale se ne aggiunge un altro più pragmatico: come accertato dalla magistratura, Hamdi e Hosni erano contendenti nel controllo del mercato della droga in città. E a quanto pare avevano un regolamento di conti in sospeso.
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