Il Tirreno

Livorno

Ma il rimpianto è senza salsa

Simone Lenzi

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C’è una storia che non ho raccontato nel libro che dà il nome a questa rubrica, e che adesso mi è tornata in mente. Parla di un bar che non c'è più, dalle parti di Viale Carducci. 
Il nome non importa, neanche lo ricordo. Roba di vent'anni fa. Ci andavamo dopo le prove dei Virginiana, perché eravamo ancora in quell'età in cui si ha sempre fame e alle una di notte se ti fai un hot dog e ti bevi una birra non hai paura di guastarti il sonno. Ci sono cose minute, inezie, che ti colpiscono, e a cui finisci per dare il senso di un destino. Frasi che ti restano in mente, e ci ripensi ancora vent'anni dopo. Come la risposta del barista alla domanda se avesse salsine per condire il panino. «Salsa verde, ai funghi, salsa rosa.. – chiedemmo una sera – sì, insomma, salsine ce n'hai?".
Ma il barista ci dette una risposta enigmatica su cui ancora mi interrogo: «Eh no purtroppo... quelle, dé... ci garberebbe falle a noi!». Lo disse così, come un desiderio e un rimpianto. Gli sarebbe garbato fare le salsine, avrebbe voluto farle lui. Ma non ne aveva ed era troppo orgoglioso per comprarle. E va bene. Ma allora, perché non le faceva? Cosa glielo impediva? Me lo sono chiesto per vent'anni. Non erano ancora i tempi del gourmet di massa, quelli. Ci si accontentava di poco. Glielo avrei voluto dire già allora: dai, ti diamo una mano.
Salsa rosa: maionese, un po' di ketch up, un cucchiaino di cognac, ecco fatta. Salsa verde: prezzemolo, acciughe, uovo sodo, olio di oliva, aglio, aceto, capperi, un po' di pane. Fatta.
Che ci vuole? Invece, dopo qualche mese, il bar chiuse, e andammo a mangiare i panini da un'altra parte. Peccato, perché era un posto davvero tranquillo. Forse troppo. Magari avrebbe chiuso lo stesso. Anche se avesse fatto la salsine, voglio dire. Però chissà se il barista ci ha pensato in questi anni: «Le avessi fatte le maledette salsine.. o mi fossi deciso a comprarle...». Perché sono passati vent'anni e ancora mi chiedo che cosa lo trattenesse. Voglio dire: hai aperto un bar, sei passato da tutte le beghe burocratiche, hai speso un sacco di soldi, vuoi fare i panini, possibile che tu scivoli sulle salsine? Ma forse la malattia è proprio questa. Mettersi nella condizione di non fallire mai davvero, di lasciarsi una porta aperta al rimpianto, ai ripensamenti. Non fare mai niente fino in fondo, nell'illusione di avere sempre un'altra possibilità. Una condizione nella quale si crede di sopravvivere e invece si muore un po' ogni giorno. Sulla mia tomba preferirei ci fosse scritto: «Nacque. Fece salsine che non piacquero a nessuno. Portò pazienza. Morì senza rimpianti».

 

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