Gioco
Il blu più bello d’Italia, parola di Pasolini È la foto di domani
Occhi puntati sulla scogliera del Romito: fra il film di Virzì e la casa dei patrioti di Corsica in fuga dai francesi
LIVORNO. Oggi l’appuntamento con la “Livorno dal cielo” mette in calendario un angolino (nascosto) nel cuore della città: è il Rivellino di San Marco. Domani invece l’ottava foto della lista ci porta in una zona fuori dall’abitato ma che tutti pensano di conoscere: la scogliera del Romito.
Non potrebbe essere più appassionato il fotogramma scattato da Pier Paolo Pasolini in un reportage di viaggio alla fine degli anni Cinquanta: «L'acqua più bella d'Italia è sotto gli scogli tra Calafuria e la Quercianella. Anche a Capri ci sono degli scogli così fantastici e dell'acqua così trasparente: ma là qualche avanzo di pasti, qualche cartaccia c'è sempre. Qui tutto è perfetto come nelle isole di Verne».
Chissà se questo riferimento al padre dei romanzieri d’avventura è un guizzo un po’ a caso o se conserva l’eco delle cronache di Pietro Vigo. Mica che tutti lo ritengano attendibile al 100%, ma per lui la “casa dei Corsi” era proprio quel che ci si potrebbe immaginare dal nome: la dimora di famiglie fuggite dalla Corsica dopo la fine della Repubblica corsa di Pascal Paoli (e la conquista da parte dei francesi). Ne resta tuttora traccia nella toponomastica municipale come d’una via in cui abitano 17 persone: inizia alla curva Nuvolari del Castellaccio per infilarsi nel bosco alle spalle del Romito.
Vigo riferisce che la storia gliel’ha raccontata «un vecchissimo contadino che dimora in un abituro della macchia, non lontano dal luogo chiamato I Cinque Lecci». Avevano bisogno – spiega – di una zona vicinissima alla costa e al tempo stesso riparata in una boscaglia impervia: non badate che adesso ci vanno a fare trekking e downhill, a quel tempo non doveva essere difficile nascondersi quaggiù. Anche dagli occhi delle guardie granducali, se è vero che Parigi aveva capito che aria tirava e aveva chiesto al Granducato di castigare «quei banditi».
Anche il barone Sonnino l’aveva scelto come “buen retiro” perché era un po’ fuori dal mondo. Del resto, se si chiama il Romito una ragione deve pur esserci. Fra quelle individuate da Angelica Palli, scrittrice dell’Ottocento labronico, vale la pena di ricordare la «memoria dell’eremita che due secoli fa» abitava da queste parti.
Oggi no: almeno in estate il Romito è una babele di bagnanti al sole, di cocktail e chiacchiere all’ombra della torre di Calafuria, di incontri e sorprese. Come quella capitata a Carlo Virzì a caccia di un volto per il fratello Paolo per il film “Ovosodo”. Dove volevate che lo trovasse se non sulla spiaggia di Castel Sonnino? Si chiama Edoardo Gabbriellini, il regista gli telefona: «Hai una faccia da film di Kiarostami ma io ti vorrei per fare un film che si chiama “Ovosodo”. Sei contento?». Risposta: «Sì, no, boh!».
Mauro Zucchelli
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