Gioco
Così il business del mattone si mangiò l’antico fortilizio
Via Castelli: l’ex Rivellino di San Marco sotto l’assedio del depuratore La Fortezza Nuova fatta a pezzi fin dal Settecento: colpa della fame di case
LIVORNO. Oggi il nostro volo dal cielo a caccia di una Livorno da guardare dall'alto ci porta nel cuore del cuore della città: in piazza Grande. All'opposto, domani ci condurrà in un angolino assai meno conosciuto (anche se fra via Castelli e i portici del Pieroni non ci sono più di 570 metri): stiamo parlando del fosso alle spalle di piazza dei Legnami, là dove le spallette piegano a gomito in via Castelli per arrivare in via del Gazometro. Eccolo, è il Rivellino di San Marco: il disegno del fosso a spigolo acuto non vi ricorda qualcosa? Certo che sì: la Fortezza Nuova lì a due passi. E non è un caso: proviamo a raccontarla a partire da lontano. Molto lontano: cioè oggi o quasi.
C'era una volta l'idea del Prg come disegno organico di città dentro un'idea. Prima che le varianti anticipatrici dettassero cosa sarebbe stato il piano firmato da Augusto Cagnardi nel '99. Prima che la localizzazione del nuovo ospedale indicasse la principale scelta del Prg futuro che ancora non era stato nemmeno commissionato. Prima che il porto venisse infrastrutturato, rimodulato, ripartito, ristrutturato a colpi di variantine e aggiustatone, mentre vige dall'inizio degli anni '50 vige un Prg che ormai è trippa per gatti da decenni. Si potrebbe prolungare l'elenco: con l'espansione di Leccia e Scopaia che sbuzza fuori nell'ultima notte dalle mappe a crescita zero messe nero su bianco da Insolera; con il quartierone La Rosa che slabbra non solo le carte ufficiali ma anche una parte della nomenklatura tecnico-amministrativa labronica che avrebbe voluto puntare verso nord anziché verso Ardenza.
Ma forse è solo una fantasia consolatoria credere che oggi il mattone detti la linea: l'ha sempre fatto. Anche prima della guerra fra fez e camicie nere negli anni dei Ciano. Anche adesso è rimasto nell’immaginario collettivo il fatto che il potentissimo Costanzo ha legato il proprio nome a una serie di grandi opere pubbliche come lo stadio, l’ospedale e la Terrazza (e bisognerebbe aggiungere la scelta del polo portuale-industriale a nord della città). In realtà, il “piccone demolitore” del Ventennio fascista ha avuto un ruolo-clou nell’abbattimento di pezzi interi del centro: prima alle spalle del duomo, poi dietro l’attuale Banca d’Italia (dove sarebbe nata la prefettura).
Cosa c’entra tutto questo con il Rivellino di San Marco? Direttamente, poco. Ma è sempre la solita solfa: la Fortezza Nuova che abbiamo conosciuto non è che uno spicchio di quella che era stata immaginata. C’era fame di aree edificabili, il business spingeva e anche le esigenze delle fortificazioni militari difensive dovevano adattarsi. Con una differenza però rispetto all’oggi: allora la caccia agli spazi per nuove case nasceva dal boom demografico che era lo specchio di quello economico, adesso rischia di essere solo benzina per cercare di far girare un po’ l’economia che altrimenti annaspa.
Se la foto spingesse lo sguardo un po’ più a destra ci accorgeremmo di come abbiamo buttato via l’eredità del passato: di là da un pudico paravento di alberelli, c’è il Rivellino (nel senso di depuratore con una sfilza di maxi-vasche rotonde e un po’ puzzolenti). Non basta: l’altro tassello-chiave nel sistema difensivo era il Forte di San Pietro d’Alcantara. Il suo destino misero e tristo non è cambiato: off limits prima, quando ospitava i pubblici macelli; off limits adesso che è soprattutto un magazzino di tutto un po’, accessibile tutt’al più per Effetto Venezia, e spesso manco in quei giorni.
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