Il Tirreno

Livorno

Salgari senza Sandokan racconta la Meloria Ecco la foto di domani

di Mauro Zucchelli
Salgari senza Sandokan racconta la Meloria Ecco la foto di domani

E sui fondali va in scena la beffa delle teste prima di Modì Erano i nostri “bronzini” di Riace, se li è presi Firenze

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LIVORNO. È la Meloria il soggetto della foto “dal cielo” di domani: l’accoppiata torre e faro, che per migliaia di livornesi è quasi casa, visto che è sempre stretta d’assedio da una folla di barchine.

Ma per parlarne prendiamo la rincorsa da lontano: affidandoci a Emilio Salgari. Nel tourbillon di oltre duecento romanzi e racconti – tirati fuori da una fantasia nutrita più dai libri della biblioteca che dai viaggi – ce n’è giusto uno che riguarda la Meloria. E intanto fa a pezzi l’idea, ancora troppo diffusa, che Salgari fosse buono solo a dipingere atmosfere da Sandokan. Era tipo anche da puntare le carte narrative anche sulla scienza (al punto da essere immaginato come il padre di una corrente made in Italy della fantascienza) e sulla storia (con qualche raccontone su Cartagine): ma qui stiamo nel cuore dell’avventura salgariana doc. Non fra i pirati della Malesia bensì fra noi.

L’idea-guida è presto detta e, incredibile a dirsi, sta nell’ennesima pergamena: è quella che padron Vincenzo trova. Nelle viscere della penisola dal Tirreno all’Adriatico è stato scavato un tunnel sotterraneo attraverso il quale i genovesi volevano attaccare Venezia prendendola di sorpresa. Un dottore e un gruppetto di marinai s’infilano a ritroso in quest’avventura che non avrà le scenografie del Sud Est asiatico ma è pur sempre un “altrove”. Così come da “altrove” (l’America Latina) arriverà la passione che per Salgari avranno tipi un po’ fuori dai canoni come Che Guevara e Paco Ignacio Taibo II.

Cosa c’entra la Meloria? Assolutamente niente: salvo un titolo e un rigo di battuta fra i protagonisti di questa singolare avventura. È però il nome che viene dato al canale sotterraneo: anche se sfocia nel Tirreno dalle parti di La Spezia. La Meloria gli viene appiccicato addosso come simbolo del trionfo genovese di fine Duecento sui pisani.

Possiamo però acchiapparlo al volo anche come l’emblema del modo di produzione salgariano: una parola, un luogo arpionato via dal suo specifico geografico e trasformato in spazio di sogno. Ma con i tempi di Salgari: cioè consumandolo immediatamente in quella macchina a vapore che è la costruzione della trama salgariana. Inseguita quotidianamente dalle richieste pressanti degli editori che lo perseguitano per i tempi: tre pagine al giorno («senza poter rileggere né correggere») per tenere in piedi la baracca d’una esistenza bersagliata dai guai.

Ma se la citazione sul retro della foto di domani è nel segno di Emilio Salgari, vale la pena di ricordare che a Torino, dove abitava in un palazzotto che ora ospita il Credito Piemontese, se avesse potuto contare su qualcosa di più della biblioteca civica di via della Cittadella avrebbe trovato altra benzina per non chiudere il romanzo semplicemente facendo sboccare gli avventurieri veneti sul mar Tirreno.

La Meloria non è solo il ricordo della battaglia navale che ha segnato il patatrac di Pisa: anzi, nei testi a corredo della foto aerea della Meloria scattata dal fotografo Fabio Muzzi, salta fuori che qualche anno prima c’era stato un duello navale ancor più importante, con un mare di vescovi e delegati pontifici fatti prigionieri.

La Meloria ha un po’ di memoria sul fondale. Meglio: l’aveva. Perché ora quelle magnifiche teste di bronzo le potete trovare al museo archeologico di Firenze: come “bronzi di Riace” ma formato mignon. E con una beffa tutta livornese in più: si dice che gli esami successivi abbiano accertato che le quattro teste – l’una raffigura Eschilo, la seconda rappresenta Omero, la terza Sofocle e l’ultima non si sa bene chi – non sono affatto state scolpite dalla mano di un artista dell’antichità bensì risalgono al Rinascimento o al Seicento.

Del resto, non poteva essere che quella secca – a così breve distanza dalla foce di un fiume importante (Arno), di una città importante (Pisa), di un porto importante (Livorno) – non fosse nota già al tempo dei romani. Immaginatevi che per un cronista di storia locale come Giuseppe Vivoli il “Lamellum”, così lo chiamavano i romani, non era altro che una sorta di molo naturale a difesa della rada di Livorno.

E se la Meloria è uno dei fari più antichi del Mediterraneo, lo skyline della Torre così come lo conosciamo adesso è invece assai più recente: è Giorgio Fontanelli a ricordare che a fine Cinquecento, in tandem con le Livornine, il granduca regala a Livorno anche nuova torre e nuovo fanale al posto di quel che i genovesi avevano raso al suolo dopo la sconfitta di Pisa. Giù, stavolta perché quando il libeccio picchia non c’è scampo. La rimetterà in piedi il penultimo dei Medici, Cosimo III, un secolo e passa più tardi. Ma con le arcate a poggiar sui pilastri per cercar di attutire l’impatto del mare.

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