Gioco
E domani tocca al porto “disegnato” dai versi di Hesse
Lo scrittore-cult di “Siddharta” e Amedeo Modigliani: destini incrociati nelle acque di Livorno di inizio ’900
LIVORNO. Altro che “Siddharta” o “Il lupo nella steppa”: Hermann Hesse a 24 anni era solo un giovanotto un po’ stralunato che mai si sarebbe sognato di diventare premio Nobel. A Livorno quasi si incrociano i destini con un altro ragazzo un po' così, che decide di piantare la sua città: era Amedeo Modigliani e ai suoi amici che hanno l’ironia tutta labronica gliel’ha giurata. Se ne va via che ha la stessa età di Hesse che, al contrario, a Livorno arriva.
Se lo agganciamo qui è perché lui, uno degli scrittori arci-cult del Novecento europeo, dedica al porto di Livorno una magnifica lirica. In un turbinio di colori che schizzano fuori dovunque: il sole stanco è «rosso vino», la vela triangolare ha una tinta «cadmio», il mare è «dorato» ma trafitto da un raggio «roseo» in un crepuscolo «violaceo».
Ne trovate una delle strofe nei testi che accompagneranno domani la pubblicazione della quarta foto aerea di “Livorno dal cielo”. Dedicata appunto al Porto Mediceo (vi racconteremo anche la curiosa storia che lega il genio pisano di Galileo Galilei al Porto Mediceo).
Il porto antico attorno al quale è stata costruita la storia della città è un caleidoscopio di storie. La riprova? Sta nel fatto che Fernand Braudel, uno dei monumenti della storiografia novecentesca, ha dedicato al porto di Livorno lo studio con cui nel ’51 ha aperto da Colin insieme a Ruggiero Romano una collana: si intitola “Navires et marchandises à l’entrée du port de Livourne”. È come se Marx avesse dedicato uno studio agli operai del Cantiere Orlando o Kant fosse andato a passeggio a Antignano anziché a Koenigsberg: eppure non risulta che in settant’anni l’abbiano tradotto...
Riguarda curiosamente la Livorno prima di Livorno: dal 1547 al 1611. Cioè uqasi per intero prima delle Livornine. Che però, a ben vedere, non sono state il colpo di fulmine d’un granduca bensì l’approdo d’un susseguirsi di provvedimenti che avevano fatto già decollare qualcosa della città che sarebbe “nata” formalmente poco più tardi.
Ma il Porto mediceo è anche il Fanale: tanto antico che ne parlano perfino Francesco Petrarca (nell’ “Itinerario siriaco” al capitolo 23) e Dante Alighieri («sta come torre ferma, che non crolla / già mai la cima per soffiar di venti»). Quel che esiste oggi però è un’altra cosa: l’hanno ricostruito dopo la guerra. L’altrop l’hanno fatto saltare i nazisti in ritirata: ma un sergente tedesco salvò la vita al farista livornese con cui aveva fatto amicizia. Lo racconta Saido Giordani, figlio del farista Giovanni: il sottufficiale nazista gli ordinò di sparire perché doveva esserci una riunione dei comandanti tedeschi. Era solo un pretesto per impedire che la famiglia dell’amico italiano morisse.
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