Il Tirreno

Livorno

Impariamo a guardare oltre la siepe

Impariamo a guardare oltre la siepe

L’architetto Riccardo Ciorli commenta le immagini della città vista dall’alto

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LIVORNO. «Queste immagini permettono di guardare al di là della siepe. Smettendola con l’amarcord delle antiche foto pur belle e importanti, ma il nostro tempo è quello che abbiamo davanti». Con una mezza metafora e un invito a guardare il futuro prossimo che ci attende, l’architetto Riccardo Ciorli si prepara a sfogliare la cartella con le grandi immagini di una Livorno vista dal cielo, un volo che il fotografo Fabio Muzzi ha fatto in compagnia della sua Nikon e dell’elicottero della Guardia di Finanza.

Riccardo Ciorli da decenni scava nella storia dei livornesi cucendo insieme urbanistica e identità culturale, reperti archeologici e caratteri di una gente che nei secoli sembra mantenere un orgoglioso distacco verso tutto ciò che è fuori dall’occhio della città, “oltre la siepe”, appunto. Un po’ l’opposto della siepe leopardiana che spinge a pensare all’infinito.

Architetto, qual è la prima impressione che ricava guardandole?

«Le foto ci mostrano che la città è immersa in un territorio più ampio».

Dov’è la novità?

«Occorre partire da una considerazione: sono immagini affascinanti che sollecitano una riflessione sulla storia di Livorno e sul suo futuro. Ora, non bisogna dimenticare che questa città è nata serva del Granducato e poi negli secoli è cresciuta grazie agli stranieri – in gran parte ebrei – che hanno operato su questa piazza. Ma i livornesi elaborano una identità sostanzialmente passiva rispetto al nuovo. Guardando le foto si vede questo tratto».

In che modo?

«È una città che mangia se stessa».

Cioè?

«Qui non esistono episodi importanti dal punto di vista, non abbiamo una Torre Eiffel che rompa l’orizzonte. C’è un unico grattacielo che credo sia l’unico grattacielo italiano in mattoni rossi in modo che si mimetizzi col rosso toscano dei tetti. Insomma non ci sono clamori architettonici».

Che spiegazioni si dà?

«La città supera gli eventi confondendoli nella sua collettività. Se domani venissero il Presidente della Repubblica o il re del Belgio, nessuno si straccerebbe le vesti per andarli a vedere: questo carattere è anche nell’urbanistica».

Eppure passa per essere una città ribelle...

«La forte identità e l’orgoglio labronico ha caratteristiche positive ma anche negative. Livorno non ha uno spirito da protagonista come pure hanno altre città di mare come Genova o Napoli».

Una visione sconsolata, la sua...

«Non immutabile. Mi spiego con un altro esempio: tutti conoscono la storia dei moti del ’48. Ebbene quel grande evento del nostro Risorgimento nasche nella zona di San Marco, alla Torretta, dove i lavoratori erano impiegati in ditte di inglesi, spagnoli, belgi ed assorbivano lì le notizie e le idee di ciò che stava avvenendo nel resto d’Europa».

E oggi cosa si aspetta?

«Nella scintilla che è tra i giovani. Ecco perché mi piacerebbe che queste foto del Tirreno non finissero in qualche scaffale della libreria ma fossero portate nelle scuole, soprattutto nelle medie e in qualche liceo».

Agli studenti cosa direbbe?

«Molto semplicemente poche parole: volenti o nolenti questa è la vostra città. Voi cosa ne pensate? E sulle risposte aprirei una discussione».

Lei da quale immagine è rimasto più colpito?

«Quella della Torre della Meloria perché ricorda che in quel luogo, nel 1284, esisteva già una comunità. E poi la foto della mai abbastanza suggestiva Fortezza Vecchia: una visione magnifica. Ma i luoghi degni di essere visti sono tanti e meriterebbero di essere valorizzati. Non dimentichiamoci che Livorno nasce come biglietto da visita di Firenze»

Andrea Lazzeri

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