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«Non sono l’assassino di Claudio» E in aula scoppia l’ira delle figlie
Davanti al giudice Alfredo Andreucci dopo sette mesi di silenzio in carcere legge una lunga lettera «Non avevo nessun motivo per ucciderlo, era un amico». I parenti della vittima in lacrime protestano
LIVORNO. Il silenzio di Alfredo Andreucci, 57 anni, è durato sette mesi e un giorno. Si è interrotto ieri mattina intorno alle 11,30 durante la prima udienza del processo nel quale è imputato per l’omicidio di Claudio Costanzo, ucciso a 60 anni con cinque coltellate, la mattina del 27 febbraio scorso nell’atrio del palazzo centrale, a due passi da piazza Cavallotti.
Quando il giudice Antonio Pirato gli ha data la parola, l’imprenditore, titolare della ditta Cts - camicia a righe e jeans - ha tirato fuori dalla tasca dei pantaloni due fogli scritti a mano la sera precedente nella cella delle Sughere e ha iniziato a raccontare la sua verità dentro a un memoriale.
«Signor giudice - ha esordito - visto che lei mi deve giudicare per un’accusa così pesante, è meglio che conosca la mia storia. Ho 57 anni, tre figlie, di cui una adottata, e cinque nipoti. E a tutti loro ho sempre insegnato il rispetto per gli altri. Lavoro da quando ho 16 anni. E la prima persona che mi ha assunto la prima volta 30 anni fa, è stato proprio Claudio Costanzo che in quel periodo era titolare di una ditta».
Un’amicizia professionale dunque, nata sul lavoro e che due anni fa - secondo la lettera di Andreucci - si sarebbe accesa di nuovo. «È venuto da me perché cercava un lavoro e io gliel’ho dato ricordando quanto mi avesse aiutato quando ero giovane. I primi tempi - ha spiegato - veniva sempre: era puntuale ed impeccabile. Poi ha iniziato a fare delle assenze ingiustificate. Un comportamento che nel tempo è diventato sempre più frequente, fino a quando lo scorso anno, mentre io era in Africa per lavoro, non è venuto per un lungo periodo, costringendo i miei soci, che sono anche i miei cognati, a licenziarlo per quelle assenze ingiustificate. Io in quel momento non ho potuto fare niente, ma quando sono tornato in Italia ho cercato di aiutarlo. Eravamo rimasti in buoni rapporti, lui conosceva tanta gente, per questo qualche volta mi portava qualche cliente, io gli facevo un preventivo e se poi il lavoro andava in porto, gli davo qualcosa».
Secondo le figlie della vittima, il padre nei giorni precedenti all’omicidio, avrebbe contattato l’imprenditore proprio per saldare un debito, si parla di circa 10mila euro.
«In quel periodo - ha spiegato Andreucci come se volesse rispondere al presunto movente - la società era in crisi. Una ditta ci doveva 300mila euro, ma è fallita e non siamo riusciti più ad avere un euro. Quella mattina Costanzo mi ha chiamato perché voleva dei soldi: era in difficoltà. Io gli ho spiegato che non avevo molto disponibilità, ma l’ho incontrato lo stesso dicendogli che saremo andati in banca insieme e che gli avrei dato quello che avevo sul conto». Ma all’agenzia di Banca Etruria in via dei Fulgidi i due non sono mai arrivati. Secondo la ricostruzione del pubblico ministero, Andreucci, difeso dall’avvocato Francesca Galiuto, appena entrato nel palazzo centrale avrebbe colpito Costanzo con cinque coltellate prima di fuggire passando da via Cossa per poi tornare verso la macchina parcheggiata al di là degli scali Saffi. A raccontare questa versione ci sono due testimonianze chiave, le accuse fatte dalla vittima al medico che lo ha soccorso in ospedale e le macchie di sangue sul giaccone che l’imprenditore.
Andreucci ha sempre sostenuto la presenza di una terza persona sul luogo del delitto e ha chiuso la lettera dicendo che «non avevo motivo per ucciderlo: la verità verrà fuori e sarà fatta giustizia, così io potrò tornare dalla mia famiglia».
Una frase che ha accesso gli animi delle figlie delle vittima che ieri erano in aula e si sono costituite parte civile nel procedimento affidandosi agli avvocati Alessandro Breschi e Liliana Vizza. Una di loro è uscita in lacrime dall’aula. «Lui vuole stare vicino alla sua famiglia - si è sfogata - ma a me il mio babbo chi me lo restituisce. Fa finta di piangere quel delinquente, cinque coltellate gli ha dato».
Alla fine dell’udienza il giudice ha rinviato al 12 novembre quando deciderà se accettare o meno la richiesta della difesa di essere giudicati con il rito abbreviato condizionato alla perizia sul computer della vittima.
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