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La vigilanza invisibile contro l’incubo Br
Negli anni caldi del terrorismo, a cavallo fra il ’70 e gli inizi del decennio successivo, il Pci aveva un proprio apparato di sicurezza: alcuni fra i dirigenti della federa- zione erano stati...
Negli anni caldi del terrorismo, a cavallo fra il ’70 e gli inizi del decennio successivo, il Pci aveva un proprio apparato di sicurezza:
alcuni fra i dirigenti della federa- zione erano stati portati al poligo- no a prendere dimestichezza con l’eventuale uso della pistola.
Il nucleo del servizio era rappre- sentato da portuali e operai del Cantiere (ma non solo): l’estate in cui Berlinguer venne all’Elba a fa- re le vacanze un gruppo di mili- tanti – quando la militanza era ancora ragione di vita – aveva preso le ferie per andare a garan- tire la tranquillità del leader affiancando carabinieri e polizia.
A quanto è dato sapere, la vigilan- za doveva essere discreta: non co- me oggi in cui quasi se ne teorizza l’alta visibilità come deterrente nei confronti di eventuali attacchi (e magari anche un po’ come sta- tus symbol di appartenenza al mondo che conta).
L’ “invisibilità” della vigilanza era un requisito essenziale per i dirigenti comunisti, che non potevano ergere barriere fra sé e la base del partito se non volevano rinnegare la propria ideologia di fondo.
Gli ex esponenti più anziani rac- contano – ancora con molte resistenze – il sistema di case sicure sulle quali poteva contare una federazione ben strutturata come quella livornese: quando arrivava l’avvisaglia che questo o quel dirigente poteva essere nel mirino, finiva per andare a dormire altrove per qualche tempo finché le acque non si cal- mavano. Dov’erano? Lo sapevano
solo in pochissimi.
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