Gioco
«A passeggio insieme al suo assassino»
L’ultimo fotogramma di Claudio Costanzo prima di essere ucciso. È con Alfredo Andreucci arrestato poco dopo
LIVORNO. È la mattina del 27 febbraio 2013, a Livorno c’è il sole, ma nonostante questo, fa un gran freddo. L’orologio segna le 9,07. La telecamera sopra all’agenzia “Plusvalore”, al numero 17 di via Saffi, a due passi dal mercato centrale, è puntata sul marciapiede opposto e riprende ciò che sta accadendo: signore con la spesa, auto che rallentano a caccia di un parcheggio e padroncini che scaricano la merce.
Trentadue secondi dopo, nell’inquadratura compaiono due uomini: camminano affiancati, a pochi centimetri l’uno dall’altro, in direzione del palazzo centrale, uno stabile che negli anni Cinquanta è stato un cinema e che somiglia a un labirinto, tanti sono gli ingressi e le scale interne.
Secondo gli inquirenti, questo documento esclusivo che pubblichiamo qui a fianco, è una delle prove chiave dell’omicidio avvenuto pochi minuti più tardi all’ingresso del palazzo. «È l’ultima passeggiata con l’assassino», spiega chi ha indagato.
Dall’inquadratura si vede la sagoma di Claudio Costanzo, 60 anni, carpentiere; indossa un giaccone marrone, i pantaloni chiari, si intravedo baffi e capelli bianchi. Vicino a lui c’è l’imprenditore Alfredo Andreucci, 57; porta un piumino scuro, le mani in tasca e un cappello di lana che gli copre la fronte. Il primo sembra a suo agio, mentre il secondo pare contratto. I due si sono incontrati pochi minuti prima. Dalle indagini è emerso che avessero affari in comune. «Mio padre - dicono le figlie di Costanzo - doveva avere dei soldi (si parla di 10mila euro ndr): non lo pagava da settembre. Ecco perché si sono dati appuntamento quella mattina».
La telecamera riprende Andreucci e Costanzo per alcuni metri, poi i due uomini scompaiono dalla visuale dell’occhio elettronico.
Qualche istante più tardi nelle immagini registrate, stavolta lungo via Cossa, si intravedono le gambe dell’imprenditore edile, che fanno avanti indietro lungo il marciapiede più lontano dall’ingresso del palazzo. Due testimoni notano l'uomo: «aveva le mani insanguinate e in mano teneva qualcosa», hanno detto ai carabinieri. Nell’androne, in una pozza di sangue, c'è il carpentiere: è stato appena colpito da cinque coltellate, ma riesce a trascinarsi in strada, fino ai banchi dove si fanno affari. Quando viene soccorso ha solo la forza di dire poche parole prima morire, intorno alle 15,30 dello stesso giorno, a causa di un’emorragia. «È stato Andreucci - risponde a chi gli chiede chi è stato - abita in via De Larderel e ha un’azienda al Picchianti», la Cts.
Nel fascicolo del pubblico ministero Massimo Mannucci (nella foto in alto), che ha chiesto e ottenuto per l’imprenditore, arrestato poche ore dopo l’omicidio, il giudizio immediato, sono finite prove considerate «schiaccianti» per l’accusa. A cominciare dal sangue del sessantenne trovato sul giaccone del presunto assassino. Passando per le testimonianze finite negli atti dell'indagine e i coltelli trovati a casa dell’indagato e ritenuti compatibili con quello usato per uccidere. Oltre all’accusa della stessa vittima.
Ma dentro a questa storia criminale, dove il movente sarebbe di tipo economico, ci sono - secondo la difesa - alcuni dubbi ancora da sciogliere. A cominciare dall’arma del delitto che non è mai stata trovata; ma anche i «pochi» approfondimenti fatti sul pc della vittima e le sue ultime telefonate di Costanzo.
«Stavamo parlando quando è arrivata una terza persona che mi ha spinto e ha colpito Claudio», ha sempre ripetuto l'imprenditore che dopo l’omicidio è tornato sui suoi passi a caccia del cellulare. Ora i suoi avvocati hanno presentato la richiesta di giudizio abbreviato al giudice Antonio Pirato condizionato ad alcuni accertamenti. Martedì un’altra tappa dell’omicidio al mercato.
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