Il Tirreno

Livorno

DELPHI»PARLANO GLI OPERAI SULL’ORLO DEL BARATRO

di Mauro Zucchelli

LIVORNO. Quando a Mario Chelli hanno chiuso la fabbrica in faccia, suo figlio andava tutt'al più all'asilo («anche se veniva con me a preparare gli striscioni»): ora è un ragazzino che fa la scuola...

5 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Quando a Mario Chelli hanno chiuso la fabbrica in faccia, suo figlio andava tutt'al più all'asilo («anche se veniva con me a preparare gli striscioni»): ora è un ragazzino che fa la scuola media. In mezzo ci sono i sette anni del calvario degli ex Delphi. Mario ne ha vissuto solo uno in mobilità poi è andato in pensione: «A 13 anni facevo già l'aiuto barista, nel '76 sono entrato alla Spica che allora aveva quasi duemila dipendenti. Non ti consideravano un pigia-bottoni, mi provarono al tornio e con un vecchio operaio al mio fianco imparai a impadronirmi di come funzionava: il quarto livello era un modo per dire che non ero un automa, facevo gli aggiustaggi e la messa a punto. Poi - dice lui ricordando le sue battaglie nel consiglio di fabbrica - arrivò la Fiat e sparì tutto: chiedevamo partecipazione? Macché, era solo un altro modo di esigere il "signorsì", magari con il sorriso».

Questa è solo una delle tante storie che saltano fuori appena si apre il vaso di Pandora dei ricordi, della rabbia, dei rimpianti di quanti hanno vissuto quegli anni. Come Nicola Carlucci, anche lui andato in pensione dopo la chiusura della Delphi: la diffusione del quarto livello e la rotazione delle mansioni era «un'idea di fabbrica meno gerarchizzata, con un sapere operaio più protagonista».

Ma il ritorno degli operai davanti ai cancelli del fabbricato-fantasma non è per via di un amarcord da cartolina: è per chiedere attenzione, adesso che anche l'ultima striscia di cassa integrazione sta per finire.

No, non ci stanno a finire sulla graticola del web. Della serie: avete fatto la bella vita alle spalle nostre. «Privilegiati noi? Parassiti che in questi ultimi sette anni hanno campato alle spalle altrui? Figuriamoci, dal 2006 a oggi ciascuno di noi ha rimesso, a seconda del ruolo che aveva, da 45mila a 70mila euro rispetto alla propria busta paga ed è assai in bilico il Tfr per importi che, a seconda dei casi, sono fra i 15mila e i 45mila euro». Parola di Mauro Melotti, 61 anni, entrato alla Spica a metà anni settanta.

Ci si arrangia con i lavoretti. «Non siamo rimasti sugli scogli a prendere il sole», racconta con un fil di sorriso Mirko Carovano, tuta blu di saldatore alla Delphi dal ’98 dopo un anno e mezzo di precariato: «Quanti di noi hanno provato a arrangiarsi? Tutti ma proprio tutti, e mica aspettando che il lavoro ti venisse a cercare sotto casa. Ti arrangi ma senza riuscire a costruire niente perché sono solo lavoretti, basta che s’alzi un minimo di vento e sei sempre tu a essere mandato via per primo».

Canovaro lo dice senza infiocchettarla né far giri di parole: sono andato in depressione. Rimettermi a lottare è stato quasi terapeutico. Voi non avete idea di quanta gente ci si è ammalata, miei ex compagni di fabbrica che vanno a giro con gli occhi spenti». Poi la sottolinatura: «Quanto ci mette uno a sentirsi un ferrovecchio se lui è a casa e la moglie lavora? Quanti devono andare a bussare ai genitori per risparmiare sul pranzo o farsi pagare una bolletta?». Poi Melotti rincara: «Ma lo sa fra i nostri ex colleghi ho contato, uno per uno, 16 morti per tumore?».

«La cassa integrazione non è stata il regno del bengodi garantito per sette anni», racconta Marco Agretti, assunto alla Delphi nel ’95, lavorava ai banchi automatici: «L’abbiamo avuta in una infinità di pezzettini e ogni volta la conferma arrivava all’ultimo minuto. Perché non ce ne siamo andati ognuno per proprio conto ad arrangiarsi da solo? Perché era nelle cose che la battaglia per riavere un lavoro la facessimo tutti insieme: c’era la prospettiva di andare a lavorare per De Tomaso. Anzi, proprio questo ha fregato più di uno: avevi il miraggio di una riassunzione a tempo indeterminato e hai lasciato per strada quel contrattino alla Continental o chissà dove altro...».

Nel menù delle alternative – viene puntualizzato – era agli inizi spuntata anche l’ipotesi di un imprenditore che aveva offerto 80 posti di lavoro nel fotovoltaico: respinto al mittente perché si disse che non bisognava cercare soluzioni a pezzetti ma all’intero gruppo. Quell’impresa è finita altrove. «Così come un altro imprenditore che, magari per numeri più piccoli, si era fatto avanti: niente risposte, se n’è andato», aggiunge Carovano che rincara parlando di «una Livorno ripiegata su sé stessa».

Gli operai si sentono «licenziati due volte: prima dalla Delphi e fra poco dalla De Tomaso». L’amarezza è un pugno nel fegato: «Abbiamo fatto il giro delle sette chiese: siamo andati da tutti, – dice Melotti – dalla Regione agli enti locali, dagli assessori e dai partiti, dal prefetto, dai sindacati e dal vescovo. Tutti ripetono: siamo con voi. Ma poi c’è lo scaricabarile sulle colpe di qualcun altro. Ecco, vorremmo che tutti ma proprio tutti si mettessero attorno allo stesso tavolo insieme a noi per farla finita con il giochino che la colpa è di quello accanto. Faccia ognuno quel che può, senza sconti né dribbling».

D’altronde, anche la versione complottarda d’un patatrac guidato per speculare sull’area ex Delphi sembra sparire di fronte alla plastica evidenza d’un niente rimasto lì da sette anni a fare la muffa («anche se resta il sospetto che qualcuno vorrebbe fare i soldi con tre guardiani e un parcheggio da 1500 auto a 4 euro al giorno»).

Il punto-chiave è riassumibile così: da un lato, la regolarizzazione della cassa integrazione fino a gennaio e, dall’altro, guardando al “dopo” la ricollocazione. C’è il timore che tutto finisca semplicemente nello sfinimento: i 400 ex Delphi, ora diventati 130, man mano che si raggiunge la pensione scenderanno a 40-50. E il problema non sarà risolto ma dissolto.

«Certo, – avverte Melotti – la soluzione non sono corsi fini a sé stessi: talvolta sembrano nati più per dare uno stipendio a un docente che un futuro a noi. Guai a costringerci nell’angolo: se fossi costretto a rubare per portare da mangiare a casa, sia chiaro che non lo farei con vergogna ma con l’orgoglio di chi deve provvedere alla sua famiglia».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Italia

Milano, scontri al corteo sul carovita: tavoli e sedie contro la polizia. Ci sono feriti – Disordini anche a Torino e Bologna

di Redazione web