Sicurezza
Ex Delphi, da due mesi niente cassa integrazione
Davanti alla fabbrica-fantasma di via Enriques scatta il presidio di protesta: 130 i lavoratori rimasti dopo oltre 7 anni di odissea finita nel flop di Rossignolo
LIVORNO. Sette anni in cassa integrazione, senza praticamente aver lavorato neanche un giorno. Sette anni di promesse e illusioni: due volte assunti e due volte licenziati, come ricorda lo striscione appeso allo stabilimento in via Enriques. Un tempo infinito, durante il quale, paradossalmente, qualcuno che prima cercava un lavoro oggi ha maturato i requisiti per la pensione.
Ma per la maggior parte degli ex dipendenti lo scenario è da incubo: niente ammortizzatori sociali, nessuna garanzia per il futuro. Quella dei lavoratori ex Delphi-De Tomaso è una vicenda incredibile. Una tipica storia "all'italiana", probabilmente inimmaginabile in tutto il resto d'Europa.
Ieri mattina circa quaranta degli oltre 130 lavoratori si sono uniti in presidio davanti alla “struttura fantasma” di via Enriques. Una decisione spontanea, quella di riunirsi di fronte allo stabilimento simbolo della possibile rinascita e del successivo tracollo, con lo scopo di mantenere viva l'attenzione sulla storia cominciata con il tramonto della Delphi e proseguita con l'arrivo di Rossignolo, che prometteva di costruire "auto da sogno" con l'aiuto di magnati indiani o cinesi e che invece portò al fallimento della De Tomaso (il marchio automobilistico rilevato dall'imprenditore).
La lunghissima vicenda rischia ora di arrivare all'epilogo più amaro. «Negli ultimi due mesi – rivelano i lavoratori – non abbiamo ricevuto la cassa integrazione. Non sappiamo se c'è stato un ritardo o se la cosa si prolungherà anche nei prossimi mesi. L'unica certezza è che a gennaio termineranno gli accordi per la stessa cassa, e chissà se potremmo contare su altri ammortizzatori sociali».
«Da mesi – spiega Mirko Carovano, uno dei portavoce del gruppo – non abbiamo alcuna comunicazione sul futuro. Ci sentiamo abbandonati. Come se la realtà Delphi-De Tomaso fosse ormai estranea alla città». Da gennaio circa 30-40 lavoratori potrebbero essere traghettati verso la pensione. Ma ad attendere gli altri 80-90 dipendenti, come detto, c'è l'incertezza più totale. «In sette anni – interviene Mauro Melotti – abbiamo parlato con il mondo: sindaco, presidente della Provincia, esponenti della Regione, vescovo, parlamentari. Tutti hanno sempre detto di volerci aiutare».
Allora – è questa la proposta degli operai – perché non organizzare un'assemblea pubblica per trovare una soluzione concreta, al di là delle parole e delle dichiarazioni di solidarietà?. «Le istituzioni – riprende Melotti – si sentono truffate da Rossignolo, ma le prime vittime siamo noi. Noi che siamo stati anche i primi finanziatori del progetto: solo con il Tfr che ancora non abbiamo avuto ci abbiamo rimesso quasi 2 milioni di euro, senza contare gli incentivi che ci spettavano dalla Delphi e che invece, passando alla De Tomaso, sono andati perduti».
Il nuovo capitolo del “pasticcio all'italiana” ieri è finito in Parlamento: la deputata toscana Marisa Nicchi (Sel), tramite un'interrogazione parlamentare, ha chiesto al governo di sbloccare i pagamenti della cassa integrazione dei dipendenti ex Delphi. Ma per gli oltre cento livornesi la cassa rappresenta solo una magra consolazione.
«Nessuno vuole l'elemosina, – è il messaggio forte che si alza davanti all'ingresso dello stabilimento di via Enriques – dopo sette anni ciò che chiediamo è un'occupazione: perché la cassa integrazione ci permette di andare avanti, ma solo con il lavoro potremo riavere la nostra dignità».
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