Gioco
La lettera / "Insegnare il limite, ecco come si cresce nel teatro della vita"
Nicola Artico, direttore di Psicologia Asl 6, interviene sul caso della ragazzina esclusa dai corsi di teatro
Maledire, attribuire malvagità o insipienza al proprio interlocutore, come ho visto fare nel dibattito che si è sviluppato in Rete, è in effetti molto pratico, cognitivamente economico, perché ci mantiene con poco sforzo in perfetto equilibrio con le nostre convinzioni, le nostre credenze, ci permette, in una parola, di tenere lontano qualcosa che l'uomo da sempre teme. Il dubbio.
Ed invece, per occuparsi di esseri umani, sia come genitori, come docenti (anche di teatro) e talvolta come medici, di dubbio bisogna imparare a vivere.
Su questa vicenda, dolorosa per una ragazza, vorrei assumere solo uno dei possibili vertici osservativi: quello che pone la famiglia e l'allieva da una parte ed un direttore didattico teatrale dall'altra; il concetto di limite. Non ho idea di quanto questo limite (vocale) implichi nel fare e pensare teatro. E forse si fa teatro anche solo come esperienza vitale. Ma non è questo per me il tema.
La difficoltà con cui il direttore si è scontrato, con ogni probabilità, è stata quella di trovare il modo e lo stile più appropriato, valutando sensibilità soggettive e familiari, su un tema così caldo, di far passare una sua legittima idea di teatro, una sua idea di didattica, una sua idea di protezione di una giovane allieva.
In altre parole un concetto che suoni così: «Capisco e rispetto profondamente la vostra visione delle cose, ho anche profuso impegno e lavoro fino adesso come insegnante, ma vorrei che anche la mia visione venisse accolta, rispettata». In questo modo una scuola riconosce e dunque può presentare anche il proprio limite.
È possibile che su questo piano, qualcosa non abbia funzionato. Su questo, chi dirige i corsi, qualche dubbio dovrebbe averlo e rifletterci. Ma anche chi fa il genitore ha la più grande delle responsabilità: aiutare il proprio figlio a confrontarsi con il limite che la realtà, fisica e sociale, impone. Su questo, la natura e la malattia, non hanno certo fatto sconti alla famiglia in questione. E non è difficile immaginare quanto si vorrebbe, proprio per questo, evitare al proprio figlio ogni dolore, ogni sgarbo che sembri gratuito. Ma qui si annida un rischio.
Quello per cui, erigendo difese troppo alte o troppo reattive intorno ad un ragazzo già colpito da una malattia, non se ne faciliti uno sviluppo ed una maturazione psicologicamente armonica.
I nostri figli, tutti, si costruiscono internamente, anche osservando come noi organizziamo le nostre riposte emotive davanti alle frustrazioni. Da come e quanto siamo capaci di tollerarle, di interrogarle, di negoziare con le persone o circostanze che, apparentemente, ci avrebbero fatto un torto. Definire, anche solo implicitamente, gli interlocutori che ci pongono una qualche forma di limite ritenuto ingiusto (l'insegnante, il poliziotto, il giudice, il vicino di casa) come o stupidi o malvagi (senza dubbio alcuno), non aiuta molto a crescere l'animo di un ragazzo.
Molto più utile e saggio è contenere, accogliere la sofferenza, ma poi aiutare un figlio a darle una forma, un senso. A capire le dinamiche sociali per governarle. Quello che un po' colpisce in questa vicenda, al di là di una città subito pronta a dividersi in Guelfi e Ghibellini, è che forse tutti gli attori, alla fine, avrebbero concorso volentieri in questo processo di integrazione dei differenti punti di vista. Impariamo a tollerare il dubbio.
È molto più utile e più sano, perché spesso foriero di ripensamenti, novità, soluzioni. Inibire il dubbio è negare ad una persona ferita, la possibilità di riconciliarsi. Di sciogliere tensioni tra sé e gli altri e quindi superare i limiti.
Nicola Artico
Direttore U.O.C. Psicologia Asl 6
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