Il Tirreno

Livorno

I due cuori del presidente Spinelli

di Federico Lazzotti
I due cuori del presidente Spinelli

Ha portato i rossoblù e gli amaranto in Europa. Sabato sarà a Marassi: «Spero in un pareggio, ma in ogni caso vincerò»

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LIVORNO. Aldo Spinelli domani sera vincerà comunque. Merito, o limite, dei due cuori che a 72 anni non ha più intenzione di nascondere sotto l’incerata gialla che indossa alle partite sostenendo che porti fortuna, soprattutto alla squadra.

Per una notte, quella di Genoa-Livorno, quarta di serie A, sciù Aldo non avrà bisogno di amuleti. Perché dentro allo stadio Luigi Ferraris in Marassi si gioca una partita di calcio che corre dentro alla sua vita. E per lui non importa dove andrà a finire: è sufficiente sapere che esista per essere felice.

«A Genova c’è il mio cuore imprenditoriale e calcistico, la mia fede è genoana - ha detto in un’intervista a Sky - Ho indossato a 14 anni la maglia del Genoa, poi sono diventato il presidente del club, è stato un sogno per me».

Tredici le stagioni da presidente del Grifone, una in più ai vertici degli amaranto, toccando sempre il paradiso dell’Europa dopo essere partito dal purgatorio della B. Ventisette anni passati ad arrabbiarsi, rialzarsi, soffrire e piangere con quella mano che si muove allo stesso modo quando saluta i tifosi dopo una vittoria o dice che è meglio farla finita dopo una polemica.

Nonostante la confessione venuta dal cuore, i tifosi amaranto possono stare tranquilli perché ala fine «al 51% - ha aggiunto Aldo Spinelli - tiferò Livorno, ma al 49% Genoa, quindi in qualsiasi modo finirà uscirò comunque trionfante. Così se dovesse concludersi con un pareggio, per me sarebbe una pari soddisfazione».

Il suo amore con i colori rossoblu - racconta una leggenda metropolitana - iniziò nell’estate del 1985 andando in Vespa nell’ufficio dell’allora numero uno della società, tale Fossati. Qualche ora dopo uscì da un palazzo del centro di Genova con la maggioranza del pacchetto azionario nel bauletto: affidò la panchina a Tarcisio Burgnich, poi comprò gente come Thomas Skuhravy e Signorini e nella stagione ’91/’92 la società raggiunse i 21mila abbonati.

Percorrete duecento chilometri verso sud, come fa lui almeno un paio di volte a settimana, cambiate la città, mettete Mazzarri in panchina Galante e Lucarelli in campo e i ventimila del Picchi in tribuna e il gioco delle similitudini è fatto.

Almeno in campo. Perché fuori tra Genova e Livorno c’è un mare è vero: dalla Liguria sono partiti per scoprire l’America, mentre noi livornesi - come racconta Simone Lenzi nel suo Lungomai - al massimo molliamo gli ormeggi per arrivare in Meloria. Pesto e cacciucco, mori e lanterne, portuali e camalli, loro hanno De André noi Piero Ciampi. Tanto per dirne alcune. Simili ma diversi. Ecco Spinelli per sentrsi a casa si è sempre portato dietro un pezzo della sua Genova che siano giocatori diventati allenatori come Ruotolo e Nicola.

E dire che le linguacce, sostengono che dentro al Livorno calcio, almeno all’inizio, Spinelli vide più il business di un porto logisticamente messo meglio rispetto a quello di provenienza, rispetto alla passione di tifosi repressi da troppi anni passati a perdere promozioni già in tasca con squadre di periferia come Fermana e Castel di Sangro.

Ma gli anni hanno smentito i cattivi pensieri. Perché se è vero che il braccino corto («sono dieci anni che lui non spende niente», canta la Curva nord) gli è rimasto, è pur vero che le promesse le ha sempre mantenute. «Vi porterò in Europa», aveva detto presentandosi con un biglietto da visita nel quale c’era la vittoria del suo Grifone nel tempio del Liverpool. «Siamo retrocessi, ma torneremo in serie A in tre anni», ripeteva tra una provocazione e l’altra. «Chi vuole il Livorno si faccia avanti», ma non ha mai venduto. Nemmeno nei momenti più bui.

«Ora - dice parlando di domani e dopo il successo con il Catania - andiamo a Genova per fare una bella partita, per giocarcela, non schiereremo il 5-5-1 come faceva Scoglio che metteva 10 difensori». Poi la solita rasoiata sul Picchi. «Lo stadio del Livorno è ancora da medioevo, in questo siamo indietro rispetto a Marassi che fa tremare le vene, Sampdoria e Genoa, possono godere del grande pubblico che hanno».

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