Il Tirreno

Livorno

C’è l’orgoglio livornese dietro il recupero al Giglio

C’è l’orgoglio livornese dietro il recupero al Giglio

Gas & Heat ha creato le piattaforme sulle quali ora è stato adagiato il relitto

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LIVORNO. Il relitto della Costa Concordia andrà chissà dove, non qui però perché Livorno non lo vuole. Eppure c'è parecchio di livornese nella galassia di forze che, dalla notte del naufragio in poi, si sono rimboccati le maniche per rimettere in sesto quella "città galleggiante".

Livornese è il primo round dell’emergenza, poco dopo la sciagura con il rischio di una apocalisse ambientale e intanto la ricerca dei corpi. Già poche ore dopo il naufragio – come ha ricordato il presidente del Propeller Cino Milani – erano al lavoro la flotta D’Alesio, la Toremar e la Labromare e, soprattutto, la ditta e l'equipaggio della ditta Neri in tandem con il gigante olandese Smit. Un impegno che dev’essere stato apprezzato se è vero che la proposta Neri-Smit per il recupero sarà battuta solo nell’ultimo esame dalla scelta di puntare su Titan-Micoperi.

Ma anche nella seconda fase, quella per rimettere in galleggiamento il relitto, non è mancata una rilevante presenza con targa livornese. A cominciare dal fatto che la Gas & Heat, stabilimento a Tombolo accanto a Camp Darby ma testa e storia tutta livornese, si è vista affidare dalla società friulana Cimolai una serie di lavori per il falso fondale sul quale adagiare la Costa Concordia.

Ma livornesi sono anche i partner livornesi del tandem Titan-Micoperi: Carlo Cavaciocchi, Unicoop Impresa e Stefano Salvestrini dell' Agenzia Medov. I piazzali Unicoop in porto sono stati campo base logistico per far smistare i cassoni e altre grosse strutture di carpenteria pesante (pali, catene, martinetti), Medov ne ha curato il trasporto. Tutte operazioni che nello scalo labronico state coordinate e seguite dal personale del Consorzio Titan/Micoperi e da Fagioli, così come avverrà anche in futuro riguardo al resto dell’operazione recupero che, sia chiaro, non è ancora finita.

Ma l’attività livornese ha significato anche coinvolgere le struttire dell’Authority e quelle della Capitaneria perché le procedure fossero rigorose e al tempo stesso veloci. Cosa non facile, se è vero che la progettazione di dettaglio è stata fatta in risposta alle esigenze concrete che si verificavano passo dopo passo, e dunque tutto fosse rubricato come urgente per non crerae intoppi alla “macchina” del raddrizzamento. Inutile dire che tutto questo ha chiesto flessibilità di impiego pure ai piloti, rimorchiatori e ormeggiatori: alla faccia di orari improbabili e condizioni meteo avverse. Idem per la Labromare sul fronte anti-inquinamento. Senza contare che che la società Grandi Molini e il Costiero Gas non hanno fatto storie quando nell’urgenza del momento qualcosa sforava dalla loro parte.

Come dire: per una volta, il porto ha funzionato senza ripicche e dispetti pur di arrivare a un obiettivo. Potrebbe essere l’indizio per arrivare a essere una comunità portuale?

A quanto è dato sapere, nei prossimi giorni arriveranno nel nostro porto i primi 6 cassoni del gruppo di 19 ancora da installare: 4 ancora a sinistra, i restanti 15 sulla parte dritta della Concordia, così da consentire, adesso che è stata raddrizzata, di metterla in navigazione fino al porto dove dovrà essere smantellata. Ovviamente trainandola.

Tornando alla Gas & Heat, c’è da dire che il lavoro non si è limitato alle piattaforme: 16 metri per dieci con “gambe” di differente lunghezza, da 14 a 25 metri, per un peso di mezzo migliaio di tonnellate. C’è stato da lavorare all’allestimento dei cassoni, c’è stato da collaborare con Fagioli per il montaggio dei sistemi di ancoraggio e di tiro, c’è stato da costruire i quattro pezzi di lamiera (600 tonnellate) utilizzate per coprire lo squarcio causato dall’impatto contro lo scoglio del Giglio.

Dal cantiere di Tombolo tutto questo è stato trasportato fino in porto a Livorno con la maxi-chiatta aziendale che, trainata dai rimorchiatori Neri e la regia di Medov, è capace di portare mille tonnellate.

«È stato un progetto che all’inizio ha indicato precise linee guida – dice l’ingegner Claudio Evangelisti (Gas & Heat) – ma lasciando ampi margini di flessibilità per fronteggiare le necessità operative man mano che si presentavano: come quando, per una delle nostre piattaforme su cui adagiare il relitto, abbiamo dovuto costruire tre “gambe” da infilare in profondità nella roccia a una quarta che invece doveva solo appoggiarvisi sopra».

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di Redazione web