Il Tirreno

Livorno

«È la Madonna dell’accoglienza»

di Mauro Zucchelli

Inaugurata la statua all’ingresso del porto. Il sindaco: ha il volto delle donne che arrivano con i barconi

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LIVORNO. Quando, qualche minuto prima delle ore 19 annunciate, il vescovo Simone Giusti sventola il turibolo per omaggiare d'incenso la statua della Madonna dei Popoli, è come se la banchina 78 all'ingresso sud del porto – quella del bacino grande – si fosse allungata all'improvviso di un centinaio di metri. Tutta colpa di una folla di gozzi, windsurf, rimorchiatori della ditta Neri (compreso quello giallo dell'anti-inquinamento dato a Castalia), barche di Piloti, Ormeggiatori, Lega Navale, Svs e delle forze dell'ordine, pescherecci, il battello Libur del giro nei Fossi e la motovedetta della Capitaneria, gommoni e qualsiasi altra cosa riesca a stare a galla, compresi i ragazzi che arrivano pagaiando sulle loro tavole. E altre decine e decine di persone assistono dalla motocisterna Gorgona della flotta D’Alesio. Intanto, una ordinanza congela per un po’ ogni andirivieni di navi fra dentro e fuori: l'ultima che entra è un traghetto Moby che manda un tris di fischi di saluto, poi le sirene torneranno a suonare nel momento-clou della cerimonia (in diretta tv su TeleGranducato).

Tutti lì, sotto il sole che non si arrende alla fine dell'estate, con la fanfara dell'Accademia che suona, i figuranti della Livornina in costume d'epoca e una coppia di sposini che arriva via mare per festeggiare. Tutti lì davanti allo striscione che campeggia sulla testata di banchina («Papa Francesco Livorno ti aspetta»): il vescovo coglierà la palla al balzo per ripetere l'invito al pontefice, ricordando di avergli proposto il 25 marzo prossimo, altra data della tradizione devozionale mariana.

Papa Francesco fa capolino nel discorso del vescovo anche perché oggi il pontefice ha invitato al “digiuno per la pace in Siria”. Proprio nel giorno della festa per l’inaugurazione: logico che sia saltato il buffet e la cerimonia scelga la linea della sobrietà. Ma per monsignor Giusti questa coincidenza casuale è benedetta perché «la nostra è una icona dell’accoglienza e dell’apertura ai popoli, com’è nella tradizione della nostra città».

Merita, però, sottolineare che il presule non lasci cadere la spinta più specificamente politica dell’appello del Papa: il digiuno è soprattutto un grido delle coscienze che si oppongono a ogni attacco bellico. Con tre sottolineature: 1) «nessun problema può esser risolto aggiungendo violenza a violenza, guerra a guerra, bombe a bombe»; 2) i leader politici con la voglia di fare la guerra «facciano come gli Orazi e Curiazi e si scannino fra loro, anziché coinvolgere i destini dei popoli»; 3) «ma chi sei tu, capo di Stato, per decidere di bombardare? Pensa a dare al tuo popolo case e lavoro».

Inutile dire che le polemiche hanno accompagnato l’idea di collocare un simbolo religioso in un luogo come il porto, che «per sua stessa natura è il crocevia di tutti», come hanno ripetuto dal fronte del no. Polemiche che non sono mancate anche all’interno della stessa Chiesa.

Il vescovo mette le mani avanti ricordando il referendum on-line del Tirreno (seimila votanti, 67 sì): «L’idea è partita dal mondo del porto, poi ho visto che la città l’ha condivisa».

«Sì, l’ha lanciata il porto: noi che operiamo sia sulle banchine che in mare», conferma l’imprenditore Piero Neri, uno fra quanti si sono fortemente impegnati per la realizzazione di questa statua «dolce e materna che accoglie tutti i popoli». Lo dice ricordando, così come fa Cino Milani, presidente del Propeller, che questa è anche l’occasione per un omaggio a Michele Robazza, il pilota morto nella sciagura del porto di Genova a primavera: commossa, getta un fiore in mare la moglie, che torna a ricordare quanto «Michele amava la sua Livorno e il suo mare».

Ma è soprattutto l’autorità civica che sembra impegnarsi a dare a questa Madonna un «significato che unisca invece di dividere». Nell’ennesima curiosa inversione dei ruoli, è il sindaco Cosimi a citare l’enciclica papale e san Gregorio Magno. Lo fa per attribuire alla “Madonna dei Popoli” firmata dallo scultore cascinese Paolo Grigò un valore universale «di maternità, di amore, di accoglienza» che va al di là dei confini di una singola religione e diventa «valore comune a laici e cattolici, credenti e non»: un aspetto, questo sul quale insiste anche il prefetto Tiziana Costantino (mentre l’ammiraglio Cavo Dragone, parlando a nome di tutti i militari, lo vede come «simbolo di protezione e rassicurazione»). È segno di «apertura nei confronti di chi arriva dal mare», ripete il sindaco: e qui Cosimi indica le sembianze della statua, «così poco in linea con le immagini tradizionali e così rassomigliante a tante donne che arrivano nel nostro Occidente con i barconi».

In effetti, lo scultore Grigò ha dato alla sua Madonna un identikit fuori dai canoni classici. Così come inconsueto è il basamento: preghiere e rituali devozionali della tradizione marinaresca delle varie culture, così come appartengono a popoli e religiosi differenti i volti che vi si intuiscono, magari in mezzo ai simboli dei vari rioni del Palio di casa nostra.

In quel basamento c’è anche la traccia di qualcosa che non è ancora storia ma è giù un ex voto a Montenero: è la vicenda della nave Montecristo della flotta D’Alesio sequestrata dai pirati nell’Oceano Indiano nell’ottobre di due anni fa. «Un razzo – dice l’armatore Nello D’Alesio – era stato sparato dai pirati contro la plancia di comando: il mio equipaggio si è salvato per miracolo, il colpo ha fatto un buco grosso così a dieci centimetri da un’icona della Madonna di Montenero. L’abbiamo su tutte le nostre navi. E qualunque livornese, credete o no, sa cosa voglio dire».

«Questa statua è un segnale di speranza: il nostro porto vive momenti difficili, ne ha proprio bisogno», dice l’imprenditore Silvio Fremura. Poi rincara: «Preoccuparsi per le polemiche sulla statua? Io semmai sono preoccupato per quel che sta 50 metri più in qua». E non importa che lo indichi, per capire che si tratta del Bacino.

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