Il Tirreno

Livorno

Il regno delle riparazioni mangiato da ruggine e salsedine

di Giulio Corsi
Il regno delle riparazioni mangiato da ruggine e salsedine

Viaggio nel bacino abbandonato: il portellone affondato, due gru sparite nel nulla, altre due dimenticate, i locali interni allagati. 10 anni dopo la fine della cooperativa ripararlo costerà più di quanto servì per costruirlo

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LIVORNO. C'era una volta in porto un caveau pieno di lingotti d'oro: l'avevano chiamato bacino grande, per distinguerlo dal bacino piccolo, che da oltre un secolo affacciato sugli scali Cialdini ospitava le navi che necessitavano di riparazione. Costruirlo era costato 45 miliardi di lire, ma l'investimento risultò più remunerativo di un Bot negli anni d'oro del debito pubblico: dal 1975 quando fu inaugurato fino al 2003 quando il cantiere navale si dissolse, calamitò a Livorno 700 navi, garantendo continuativamente 150 posti di lavoro, oltreché un ritorno d'immagine per la città divenuta officina preferita di decine d'armatori per il restyling delle propria flotta.

Oggi però al posto dei lingotti, in quel caveau alle porte del Mediceo c'è solo ruggine. Ruggine e quel senso di decadenza che si respira soltanto mettendo piede in un tempio abbandonato.

FOTO Viaggio nel bacino abbandonato /2

In mezzo a polemiche e battaglie che vanno avanti da anni sulla destinazione del bacino e a fascicoli aperti da finanza, corte dei conti e tar sulla responsabilità della malora della struttura, le notizie vere da quell'angolo di porto arrivano col contagocce, l'ultima datata 30 ottobre 2012, meno di un anno fa, quando una libecciata assestò il colpo di grazia al portellone di chiusura, crollato sui fondali a 12 metri di profondità e mai più riemerso. E così la percezione della città di ciò che in questi anni è accaduto al bacino grande è talmente lontana che molti non sanno neanche che da un giorno all'altro sono sparite nel nulla due gru da 20 tonnellate: le hanno dismesse nel 2007 perché obsolete. Nel silenzio.

E' anche per questo che il Tirreno ha deciso di andare oltre ai racconti e mostrare alla città le immagini di quello che "per trent'anni - come ricorda il comandante Adalberto Roncucci, ex vicepresidente del cantiere - è stato l'unica attività aziendale in grado di portare un utile garantito, prima a Cnlo, poi a Fincantieri e infine alla cooperativa" e che dal 2003, quando la coop si dissolse e Azimut Benetti rilevò l'area del cantiere trasformandola nella sala parto di megayacht e ottenendo in concessione anche l'area demaniale del bacino, si è trasformato velocemente in un luogo che fu. Al punto che oggi per rimetterlo in vita servono 20 milioni di euro, praticamente la stessa cifra che nel 1975 servì per costruirlo.

Per salire sulle banchine del bacino grande ci sono due strade: i cancelli di Benetti e il mare. Abbiamo scelto la seconda, e il reportage fotografico in quel ferro di cavallo lungo 320 metri inizia dalle scalette della banchina, proprio a fianco della nuova statua della Madonna che saluterà marittimi e viaggiatori.

Appena a terra, l'occhio si alza in alto, diretto sulle due gru rimaste in piedi, la C e la D come indicano le targhe. Le costruì Ansaldo, una con una portata da 90 tonnellate, l'altra da 20. Entrambe sono interrate sui binari danneggiati e ingobbiti, in alcuni punti sovrastanti l'asfalto. Sono ferme lì da anni, senza che nessuno a quel che ci risulta ogni tanto le accenda, le metta in movimento o provveda alla loro manutenzione. Il rischio, manco a dirlo, è che facciano la stessa fine della sorelle A e B. E pensare che arrivarono nonostante l'opposizione di Fincantieri che - ricordano alcune pubblicazioni sulla storia del cantiere - voleva che le riparazioni livornesi non si potenziassero troppo rispetto a quelle di Palermo e Trieste.

Saliamo sul bacino lato ovest e riabbassato lo sguardo un'enorme botola ci accoglie: ospitava gli ingranaggi di sollevamento e abbassamento del portellone. E' aperta, le catene arrugginite, i locali allagati da acqua e melma. I motori elettrici sommersi. Poco più in là c'è il coperchio: sarebbe bastato chiuderlo, forse, per salvaguardare gli ingranaggi, i motori, le grandi corone in ferro. E invece è appoggiato lì accanto, arrugginito anche quello. Pare che l'abbiano aperto quando il portellone è affondato. E mai più chiuso.

Tutto intorno al bacino gira un cunicolo: vi passano decine di tubi, con i quali veniva fornito ogni servizio alla nave in riparazione. Semiallagato pure quello. I comandi elettrici mangiati dalla ruggine, le centinaia di manovelle che toglievano acqua alla platea e davano gas alle navi ferme, sbriciolate dal sale. Si torna fuori e si cammina un po': l'asfalto è tutto un dosso, tra vetri e calcinacci. Il cemento dei muri interni del bacino si è sgretolato, l'armatura del ferro esce fuori, corrosa anch'essa dal sale. I parabordi di legno ciondolano, un solo faro è rimasto in decine di feritoie che davano luce allo scafo in secca, i carrelli da traino che venivano comandati dalla cabina di comando per tirar dentro le navi sono blocchi di ferro ormai corrosi. Secondo la Port Authority potrebbe bastare un anno per cancellare questo spregio al patrimonio pubblico. Se così fosse sarà bello a fine 2014 riguardare queste foto come qualcosa che fu, magari capendo con certezza nel frattempo chi è stato il colpevole di questo oltraggio alla città.

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