Il Tirreno

Livorno

«La scuola livornese è viva ma i genitori stiano con noi»

di Giulio Corsi
«La scuola livornese è viva ma i genitori stiano con noi»

Dopo 40 anni alla cattedra il provveditore Elisa Amato va in pensione «Serve un rapporto di fiducia tra famiglia e docenti nel bene degli alunni»

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LIVORNO. Venerdì prossimo per Elisa Amato sarà l’ultimo giorno di scuola. 40 anni passati tra i banchi, di cui 13 da insegnante di matematica, 22 da preside, cinque da provveditore agli studi di Livorno, con la reggenza negli ultimi due anche dell’ufficio scolastico provinciale di Grosseto e da un mese di quello di Pisa.

Siciliana di Agrigento, era arrivata a Livorno all’inizio degli anni Settanta insieme al marito ufficiale di Marina, dopo aver vinto una cattedra alle scuole medie, e da qui non ha più voluto andarsene se non per la piccola parentesi del suo primo incarico da dirigente, a Casale Monferrato. Ma dopo un anno Amato è tornata in città: Pistelli, Teseo Tesei, Borsi e il salto alle superiori, con la guida del liceo scientifico Enriques, fino a diventare provveditore.

Lascia a 67 anni «con la stessa passione del primo giorno di scuola», racconta lei, e in effetti a parlarci non sembra davvero al conto alla rovescia. Tra una telefonata e l’altra per organizzare le nomine a Livorno, sbirciamo sull’agenda: martedì Firenze, mercoledì Pisa, giovedì Grosseto... Su venerdì non c’è segnato niente, sarà davvero l’ultimo giorno e a sera ci sarà la città che conta e quella degli amici per la festa d’addio allo Yachting Club.

Sarà sostituita da Luigi Sebastiani, 60 anni a novembre, attualmente dirigente scolastico del professionale alberghiero di Marina di Massa, ma alle spalle un’esperienza da provveditore già fatta a Siena (l’identikit nella pagina a fianco).

Parlare con Elisa Amato di scuola significa ripercorrere la storia dell’istruzione livornese e anche della società degli ultimi quarant’anni.

Professoressa, come sta la scuola livornese?

«In salute. E’ una scuola viva, vivace, fatta di docenti attenti all’educazione e alla formazione degli alunni. E’ una scuola piena di progetti, iniziative pensate per portare avanti il concetto fondamentale della centralità dell’istruzione nella società e della centralità della persona umana nel sistema scolastico, due aspetti che in tutta la mia carriera ho voluto sostenere e difendere».

Potrebbe dire le stesse cose del mondo dell’istruzione delle altre città, immaginiamo...

«No, non è così. A Livorno c’è un’unità di intenti che è unica, qui si coniugano iniziative e progetti messi in campo dal provveditorato e da tutte le scuole in sinergia col tessuto sociale che gravita sulla città: associazioni di volontariato, Asl, polizia, vigili urbani, vigili del fuoco, prefettura. A Pisa e Grosseto non è così, non c’è questa pluralità che a Livorno caratterizza tutta la società».

C’è un merito particolare?

«Dei docenti, in primis. Devo dire che il ruolo della prefettura che con un protocollo d’intesa ha messo insieme tutti i soggetti istituzionali e gli enti è stato fondamentale».

Si è trovata la strada in discesa dunque...

«Quando sono arrivata al provveditorato questo spirito era già in atto, ma era vissuto quasi esclusivamente sulla città di Livorno. Io ho fatto di tutto per estenderlo sul territorio e portarlo fino all’Elba, partendo dal fatto che non è giusto che un ragazzo dell’Elba non debba avere le stesse opportunità formative di uno che sta a Livorno. L’ultimo esempio è il coinvolgimento di una scuola di Portoferraio negli incontri che abbiamo fatto per il trofeo dell’Accademia. Ma gli esempi sono tantissimi, mi viene a mente il gran lavoro fatto sulla Costituzione con l’ex prefetto Mannino».

Quanto è cambiata la scuola in questi quarant’anni?

«Si è aperta al mondo: prima era più centrata su se stessa, chiusa al proprio interno, aveva una sorta di paura ad andare all’esterno e mettersi a confronto con la città che sta fuori dalle aule e dai libri. Ora vive in sinergia con la società ed è una ricchezza per la crescita dei ragazzi che hanno opportunità di conoscere prima sconosciute».

Qualcosa sarà cambiato anche in peggio, però...

«Sì. Penso al rapporto tra la famiglia e la scuola. Prima i genitori erano meno partecipi e questo è un aspetto che è migliorato. Ma erano anche molto più rispettosi verso i docenti. Se un insegnante sottolineava che il comportamento errato di un ragazzo, la famiglia stava dalla parte della scuola. Ora non accade. Non voglio generalizzare, ma accade molto meno frequentemente».

Cosa è cambiato?

«Manca fiducia nell’istituzione scuola, non si parte dall’idea che la scuola sia dalla parte del ragazzo, che lavora per lui: si pensa invece che gli insegnanti lavorino contro».

E’ un passaggio che è avvenuto gradualmente?

«Sì, ma dagli anni 2000 si è velocizzato e lo constatiamo dai comportamenti ma anche da fatti concreti come i ricorsi. Sapeste le lettere che ricevo e le persone che vengono a trovarmi per contestare quell’insegnante o quella scuola».

I ricorsi sono cresciuti?

«Semplicemente prima non c’erano: se un ragazzo veniva bocciato, la famiglia accettava la cosa e cercava di far capire l’errore al proprio figlio. Ora si ricorre. Siamo ad una cinquantina di ricorsi l’anno. Direi almeno due per ogni scuola, alle superiori ma anche alle medie. Succede per le bocciature, ma anche per i voti alla maturità: se un alunno prende meno di quel che si aspetta la famiglia, si chiede l’accesso agli atti, si cerca di fare confronti con compagni di scuola e si contesta».

E’ una questione di cultura?

«Credo che i genitori di oggi abbiano più cultura, più conoscenze e partano per questo da una posizione diversa verso gli insegnanti. Ma hanno meno fiducia verso la scuola. E invece è un valore da recuperare, perché il legame scuola-famiglia e un rapporto fatto di fiducia è fondamentale perché gli insegnanti conoscano un ragazzo e impostino meglio il percorso educativo».

E’ un messaggio rivolto alle famiglie. Ma una parte della responsabilità è anche degli insegnanti?

«Sì, sono convinta che il rispetto che un docente ha è quello che si guadagna in classe. Un insegnante in gamba, che fa bene il proprio dovere ha rispetto da parte dei ragazzi. Il rendimento di un alunno è legato alla sua personalità, noi dobbiamo capirlo se vogliamo che esprima le potenzialità che ha e che la scuola ha il compito di far emergere. Spetta al binomio famiglia-insegnante lavorare in tal senso».

Nella veste di provveditore ha dovuto far fronte all’ultima mandata di tagli alle superiori accorpando Vespucci e Colombo e Orlando, Cappellini e Buontalenti. E’ convinta delle sue scelte?

«Ho sempre svolto il mio ruolo tenendo conto della necessità del territorio ma anche delle norme di legge. E queste dicono che una scuola sotto un certo numero di alunni non può mantenere l’autonomia. Abbiamo cercato nell’assegnazione dei docenti e el personale Ata la minor penalizzazione per tutti, ma con gli accorpamenti inevitabilmente abbiamo apportato tagli, soprattutto al personale non docente, con una sofferenza interiore non indifferente, perché quando si perdono posti, l’operazione va soprattutto a discapito dei precari che restano senza lavoro».

Una parola, precari, che nel mondo della scuola ha un suono spettrale...

«Le ultime immissioni per quanto non tantissime rappresentano una boccata d’ossigeno. Si spera possano essercene altre, perché non è giusto che ci sia personale da anni costretto a lavorare senza una stabilizzazione. Molti di questi docenti io li conosco per averci lavorato a fianco e li chiamo professionisti dell’istruzione, come gli insegnanti di ruolo. Gente che nonostante i tagli, le limitazioni finanziarie e i progetti che vengono meno, lottano per aiutare i giovani a crescere».

Sempre a proposito di tagli, la forbice nei suoi anni è stata particolarmente cattiva con il sostegno, che avrebbe bisogno di massima attenzione...

«Il ministero vuole un rapporto uno a due tra docente di sostegno e ragazzi, nella maggiorparte dei casi dovrebbe essere di uno a uno. Il docente di sostegno deve mediare tra docente curriculare, classe e alunno e quando la figura manca è il docente curriculare che deve portare avanti questo lavoro. Non è semplice. Mi auguro che il ministro possa comprendere che serve un rapporto diverso tra alunno e docente».

Lascia anche una scuola diventata multietnica...

«Ne sono orgogliosa. Sul nostro territorio ormai siamo ad una media dell’8% di ragazzi stranieri in ogni istituto con casi come le Benci e le Borsi che vanno ben al di sopra fornendo risposte ottime di inserimento ed integrazione che incidono positivamente anche sui bambini livornesi».

@giucorsi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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