Il Tirreno

Livorno

Siuski, militare e shizzan La livornese arte dei tuffi

di Federico Lazzotti

I modi di entrare in acqua si ispirano a cartoni, aneddoti popolari e plasticismi Si tramandano di generazione in generazione tra gare di schizzi, sfottò e riti

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LIVORNO. Stefano sale sulla spalletta delle “Vedove”, zona di ombrelloni e cemento alla periferia sud dei bagni Pancaldi-Acquaviva. Uno sguardo verso l’acqua per accertarsi che sotto non stiano nuotando altri bagnanti, leggera flessione delle gambe per darsi la spinta giusta. E poi giù, in volo, verso il pelo dell’acqua che sta un paio di metri più in basso.

Fossimo in Liguria o in Sicilia, ma anche in Versilia o in Maremma, per non andare troppo lontano, ci sarebbe da aspettarsi un classico tuffo di testa, al massimo una “bomba” per i più trasgressivi, una capriola per chi vuole farsi notare o la candela per imbranati o timorosi.

Ma a Livorno, ogni giorno d’estate, sui bagni o dagli scogli, salendo sui trampolini o arrampicandosi sulle rocce del Romito, vanno in scena le olimpiadi dei tuffi, sintesi tra tradizione popolare, fantasia e coordinazione. Un’arte che spesso si trasforma in una sfida dove vince «chi fa più schizzi» e non sempre il peso unito alla gravità fa la differenza.

Un gioco che viene tramandato di generazione in generazione attraverso osservazione ed emulazione, e si conclude, spesso, con una presa in giro se qualcuno sbaglia i tempi d’ingresso in acqua e il volo finisce in una panciata o gropponata, a seconda del verso con cui si impatta sull’acqua.

Ecco allora che nessuno si stupisce quando Stefano si apre in aria, con il petto parallelo al mare, per poi chiudersi, poco prima di entrare in mare, portando ginocchia e braccia al petto. Un colpo di reni e la siuski, forse il più celebre dei tuffi livornesi, è completata.

«Quando rialzi la testa dall’acqua - dice Iacopo che si dà arie da accademico in materia - devi sentire i goccioloni sulla testa, allora vuol dire che hai fatto un bel tuffo».

La siuski, che prende il nome molto probabilmente dalla rielaborazione in livornese del razzo vettore russo Souyz, celebre durante la corsa allo spazio degli anni Sessanta, oppure dalla contrazione della frase inglese “(Let me) See your skill” “Fammi vedere che sai fare”, c’è la variante del “cammellone”.

«È stato ribattezzato così - prova a spiegare Mauro, 40 anni passati e ombrellone in prima fila - perché durante il volo il tuffatore oltre a fischiare e prendersi il piede con una mano, dà un paio di colpi di reni che gli fanno prendere, appunto, le sembianze che ricordano quelle del cammello mentre si siede a terra».

Nella top five dei tuffi alla livornese entra di diritto anche la shizzan. Per conoscerne l’origine, però, è necessario essere nati prima degli anni Ottanta perché il nome deriva dal cartone animato degli anni Settanta “Shazzan” e soprattutto dalla posizione che assumeva il mago quando i protagonisti accarezzavano la lampada.

Come si esegue lo spiega Andrea prima di tuffarsi. «Ci si lancia di piedi, come se si dovesse fare la candela, ma poi ti inclini con la schiena verso l’acqua, incroci le braccia al petto, accavalli le gambe ed entri in acqua».

Non è da meno la militare, omaggio o vendetta dei livornesi alle ore passate a marciare durante la Naja. «È la più semplice di tutti - cerca di convincere Manuele - ti lanci, poi ti prendi la gamba con due mani, la tiri al petto e ti inclini il più possibile, se l’hai fatta bene, senti in acqua come un vuoto e gli schizzi arrivano anche a due, tre metri di altezza, a seconda del punto da dove ti sei lanciato».

Sulla spalletta delle “Vedove” è rimasto Riccardo. «Ora faccio l’ovo», dice prima di lasciarsi andare, rannicchiarsi in aria come se fosse un uovo e toccare l’acqua facendo salire gli schizzi più in alto di tutti.

@fedelazzotti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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