Il Tirreno

Livorno

L’addio commosso all’ammiraglio di tutti

L’addio commosso all’ammiraglio di tutti

Ai funerali di Raimondo Pollastrini tanti uomini e donne in divisa ma anche gente comune che ha conquistato con la sua semplicità

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LIVORNO. Tante divise bianche, le divise delle donne e degli uomini di mare che davanti alla bara avvolta nel tricolore, piangono lacrime sincere, lasciando che la commozione renda affettuosa persino l’etichetta, gli onori militari, i presentat’ arm che risuonano nelle grandi e solenni navate della chiesa del Soccorso in piazza Magenta. È l’addio all’ammiraglio Raimondo Pollastrini, “l’ammiraglio di tutti”, una carriera al vertici eppure una schiettezza tutta livornese, uomo del fare, «che se potesse - ricorda don Giacomo, il suo amico e consigliere spirituale che lo saluta con un toccante ricordo - ora mi tirerebbe per un braccio e mi direbbe “scendi giù, basta con i panegirici!». Ma le parole che ricordano l’ammiraglio, portato via a 68 anni da una malattia che non ha potuto vincere, sono lontane anni luce dalla retorica. La chiesa è piena, ci sono i colleghi, i piloti del porto, le autorità, il sindaco Alessandro Cosimi con la fascia tricolore, tanti imprenditori del porto ma anche tanta gente comune, amici di lungo corso. Si stringono nella loro panca per farsi coraggio la moglie Maria Gloria Giani, manager e imprenditrice e i figli Martina e Matteo con i rispettivi consorti. In pensione Pollastrini era andato nel 2010 da comandante generale delle Capitanerie di porto d'Italia ma nel cuore della sua gente era rimasto comunque. Non l’aveva certo perso di vista l’ammiraglio Felicio Angrisano, comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto, che per ricordare il collega Pollastrini cita Orazio: «Anche Raimondo potrebbe dire “Ho costruito per me un monumento” perché la sua vita, la sua generosità, fanno sì che oggi ci sia così tanta gente a piangerlo ma anche a ricordarlo, e la memoria è per sempre».Il ricordo di un leader che sapeva gestire il potere con intelligenza e umanità, di un marito innamorato (lui e Gloria si erano sposati nel 2010, lui vedovo da anni e entusiasta di questo nuovo amore come un ragazzo), di un nonno. E si emoziona don Giacomo quando ricorda come, già ammalato e ricoverato, Raimondo Pollastrini si illuminasse tutte le volte che riusciva a vedere i nipotini sul tablet con Skype, «questi bambini che lo salutavano, saltellavano per la casa e queste scene lo riempivano di gioia, li adorava». Discorsi ufficiali ma pieni di calore e altri frammenti di una vita vissuta al cento per cento che si incrociano dentro e fuori la chiesa. A salutarlo, tra mille aneddoti, ci sono gli imprenditori del porto, Titino e Corrado Neri, Cafferata, D’Alesio, Fremura. C’è il presidente della Camera di Commercio Nardi, c’è l’assessora ai rapporti con l’università Giovanna Colombini. E ancora Massimo Bianchi, maestro del grande oriente, il contrammiraglio Ilarione Dell’Anna, già comandante della direzione marittima di Livorno e ora capo del 1º Reparto al comando generale delle Capitanerie,il capo dei piloti Salvatore Vasta e tra i piloti anche Fiorenzo Milani, amico di Pollastrini. Sono tutti qui a dirgli addio, ciascuno a modo suo, portando la mano al berretto, applaudendo, parlando di lui e piangendo lacrime vere. E alla fine più che un saluto il commiato dell’ammiraglio di tutti diventa un grande abbraccio.

Cristiana Grasso

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di Redazione web