Il Tirreno

Livorno

Olive, tubi e cavalli il codice che incastra la banda dei siciliani

di Federico Lazzotti
Olive, tubi e cavalli il codice che incastra la banda dei siciliani

Gli inquirenti per mesi hanno registrato le conversazioni «Hai visto il giornale? È meglio se ci incontriamo»

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LIVORNO. Le «olive» sono un sacchetto di proiettili calibro 50 che devono arrivare in provincia di Livorno dalla Sicilia. Il «tubo», invece, potrebbe essere un fucile con la quale la banda ha in mente di mettere a segno altre rapine, mentre con «cavalli» si fa riferimento al nascondiglio delle armi.

A raccontare il codice dei siciliani sono le intercettazioni telefoniche finite nel fascicolo che riguarda il tentato omicidio ai danni di Simone Gonnelli, il proprietario del locale “Precisamente a Calafuria”, ridotto in fin di vita un anno fa durante un tentativo di rapina nella sua villa di Quercianella.

Leggendo le conversazioni trascritte dagli uomini della squadra mobile e allegate all’ordinanza di custodia cautelare ci si imbatte in personaggi come “Ninu u’Picciriddu” all’anagrafe Antonino Tropea, ritenuto uno dei due banditi che ha concretamente aggredito Gonnelli. Con lui anche il trapanese, al secolo Saverio Barbera che nell’udienza di venerdì ha confessato davanti al giudice di essere la persona che la notte del 28 luglio dell’anno scorso ha sparato all’imprenditore. Ma ci sono anche “Roberto il napoletano, “i pizzaioli” e “Leo”, complici con i quali organizzare altri colpi poi saltati.

È il 6 ottobre dello scorso anno quando il nostro giornale pubblica la notizia del ritrovamento del cellulare di Gonnelli. Alle 17,05 dal telefono di Tropea parte una chiamata diretta a Barbera.

«Ti sei letto il giornale - chiede il primo - dacci un’occhiata, c’è una cosa vecchia che torna avanti». Dopo svariati tentativi lo stesso Tropea, quaranta minuti dopo aver parlato con Barbera, riesce a mettersi in contatto anche Angelo Chiarenza, considerato la mente del piano criminale: «Scendi che ti devo fare vedere una cosa», spiega Nino riferendosi - secondo gli inquirenti - ancora al giornale.

Dalle telefonate gli investigatori hanno anche appreso che Tropea e Chiarenza dovevano ripartire dalla Sicilia la notte del 27 ottobre per portare in Toscana degli oggetti, indicati con un linguaggio criptico: «Le olive le hai prese tu? C’è anche quel pezzo rotto? Perché stavamo impazzendo a cercarlo».

Quando la polizia, a metà dicembre, arresta Barbera e Chiarenza senior, Tropea e il figlio di Chiarenza restano in libertà. «L’unica cosa che mi hanno trovato - dice quest’ultimo dopo le perquisizioni - è il foglio con i soldi scritti, non c’erano scritti i nomi ma solo le iniziali. Loro mi hanno chiesto: ma cos’è? Io gli ho detto che sono i punteggi della playstation che annotiamo quando giochiamo».

Lo stesso Tropea quando la mobile arresta metà della banda è quasi sbalordito: «E perché non hanno arrestato anche me? Perché non hanno la prova che in quella data anch’io ero qua, però hanno fatto i collegamenti? E ora hanno fatto il collegamento».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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