Gioco
«Così abbiamo salvato il Mascagni dalle forbici»
Livorno ha costruito un feeling con la Regione e con le città in cui era a rischio l’istruzione musicale. «Siamo diventati il riferimento agli occhi del ministero»
LIVORNO. «Ce l'abbiamo fatta a salvare l'istituto Mascagni. Ce l'abbiamo fatta perché non abbiamo puntato solo al nostro obiettivo particolare locale ma perché abbiamo alzato il tiro: abbiamo costruito una alleanza con altre città nella stessa situazione, ne abbiamo fatto una battaglia nazionale “nobile” in difesa dell'istruzione musicale, non abbiamo avuto timori reverenziali né paura di sporcarci nell'incalzare la politica che deve prendere le decisioni». Giulio Cesare Ricci, 55 anni, livornese doc tanto che il compleanno è nel giorno di santa Giulia, ingegnere discografico (Foné) e presidente dell'istituto Mascagni, parte da qui per fare quel che fa di solito: spiazza l'interlocutore. Come? Anziché metter la ruota del pavone per aver portato a casa il risultato che interessa i livornesi, ribalta l'argomentare: meglio guardare a cosa succede fuori dal recinto municipalistico se vogliamo davvero fare l'interesse di casa nostra. Poi aggiunge: «Bisognerebbe seguire questa strada anche in altri campi».
In realtà, spesso il metodo livornese si è caratterizzato per qualcos'altro, lo dice anche lui: o ci si rinchiude a scannarsi nel cortile di casa o «si fa un bel lamentone che non serve a nulla», finché non si resta comunque al palo e allora sì che non resta altro da fare se non distribuire le colpe.
«Adesso non voglio più star lì – avverte – a parlare dei soldi che non ci sono: per il Mascagni non esiste più il problema di come fare a sopravvivere, esiste semmai l'impegno di cosa fare per attirare l'interesse di nuove fasce di giovani, di come dare ancor più qualità al rapporto con gli alunni».
Tutto risolto? Neanche per sogno. Però l'istituto Mascagni non si sente più rinchiuso nell'angolo a sgomitare ogni anno perché gli enti proprietari (Comune e Provincia) si sono visti tagliare assai i fondi dal governo e, a cascata, devono dare forbiciate ai fondi destinati alle loro società. La Regione ha preso impegno a ad aprire i cordoni della borsa per compensare il fatto che la Provincia è costretta a tagliare il proprio contributo in favore del Mascagni. «Non è solo questione di soldi», dice Ricci: «È forse ancor più importante che la Regione si senta uno dei pilastri del Mascagni».
E il governo? È cambiato l'atteggiamento che ha nei confronti degli oltre venti istituti di alta formazione come il Mascagni presenti nelle varie zone del Bel Paese, parola di Ricci: «Non lo dico – puntualizza Ricci – solo perché il ministro Carrozza mi ha chiamato a Roma come esperto al proprio fianco (ma, aggiungo io, a spese mie). Si capisce che per la prima volta un ministro punta davvero a risolvere il problema di una riforma dell'alta formazione musicale rimasta a metà: le “università della musica” hanno avuto dallo Stato tutta l'architettura delle nuove regole ma non i fondi per applicarle. Mi auguro che il ministro decida di fare un decreto anziché un disegno di legge. C'è un accordo generale e questo dovrebbe metterci al riparo dalle sorprese: ma i tempi sarebbero più lunghi».
Il presidente del Mascagni limita il proprio ruolo a «quello di maestro concertatore o tutt’al più di regista»: i protagonisti sul palcoscenico sono i vari soggetti che hanno composto «quest’alleanza in cui, forse perché stavamo parlando di musica anziché di affari, ciascuno ha evitato di fare la primadonna o ha messo paletti di schieramento politico».
Siccome fra gli oltre venti istituti musicali a rischio c’erano realtà di tutti i colori politici o anche di differenti formule proprietarie, delle due l’una: mettersi insieme o significava finire nella palude del nulla o, all’opposto, avrebbe moltiplicato le sollecitazioni di ciascun territorio nei confronti di una pluralità di referenti politici. È accaduto in Toscana con consiglieri regionali come Marco Ruggeri e con la vicepresidente della Regione Stella Targetti. Uscendo dal recinto locale, prendendo l’iniziativa di convocare a Livorno un conclave degli istituti musicali per cercare fronte comune, il Mascagni si è ritrovato a essere capofila e Ricci il coordinatore di tutti i presidenti. Non solo: l’Anci, l’associazione dei Comuni, ha mandato in campo una ristrettissima delegazione in cui era presente anche Livorno.
«Questo metodo – aggiunge Ricci – vale per la nostra realtà più del risultato. Livorno che recupera spazi di protagonismo in un settore, la cultura, che può essere il volano di una nuova crescita. Quando la città diventa protagonista fuori dai propri confini avrà senz’altro un ritorno: anche se noi livornesi spesso non vogliamo accorgercene».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google