Gioco
«Quella notte sparai io a Gonnelli» In aula arriva la confessione choc
Saverio Barbera racconta davanti al giudice i momenti che hanno preceduto il ferimento Ma è scontro con un complice. E gli avvocati degli indagati hanno presentato richiesta di abbreviato
LIVORNO. «La notte del 28 luglio ho sparato io a Simone Gonnelli con una pistola calibro 9. Con “Nino” lo abbiamo aspettato, mentre Angelo è rimasto fuori, in strada. Quando Gonnelli è entrato in giardino lo abbiamo preso a bastonate, ma a un certo punto è riuscito a disarmare “Nino” e ha iniziato a colpirlo. Nessuno di noi si aspettava quella reazione. È stato allora che il mio complice mi ha detto: “Spara”. E io ho premuto il grilletto, ma non volevo ucciderlo».
A 363 giorni dal tentato omicidio di Quercianella, durante il quale il proprietario del locale “Precisamente a Calafuria” venne ridotto in fin di vita, è arrivata, in aula, durante l’udienza preliminare, la confessione choc di Saverio Barbera, 45 anni, uno dei quattro indagati per il tentato omicidio nell’inchiesta condotta dalla squadra mobile e coordinata dal pubblico ministero Massimo Mannucci.
Una ricostruzione che in parte confermerebbe i sospetti degli investigatori, ma che dall’altra dovrà essere verificata. Anche perché solo cinque giorni prima, il 22 luglio, proprio Antonino Tropea, 54, detto “Ninu u’Picciriddu”, e tirato in ballo ieri da Barbera, aveva chiesto (e ottenuto) di essere ascoltato dal pubblico ministero. Nel lungo interrogatorio in carcere, poi finito agli atti del procedimento, ha ammesso anche lui di aver partecipato all’agguato, ma in veste di palo, mentre ha sostenuto che l’aggressione l’avrebbero compiuta lo stesso Barbera e Giuseppe Chiarenza, figlio di Angelo, colui che avrebbe ideato il piano criminale.
Dalla Sicilia per delinquere
È leggendo l’ultima ordinanza firmata dal giudice per le indagini preliminari Beatrice Dani nel febbraio scorso che è possibile capire la pericolosità del «gruppo criminale» che faceva la spola tra la Sicilia e la Toscana, in particolare nella provincia di Livorno, trasportando armi e proiettili e organizzando rapine oppure taglieggiando e minacciando i rivali.
«La disponibilità da parte degli indagati di differenti tipi di armi, del corredo tipico dei rapinatori - si legge nelle conclusioni - mette in evidenza come si fosse creato un gruppo dedito all’esecuzione di rapine, sperimentata in primo luogo nei confronti di Gonnelli». E non solo.
In particolare durante i quasi 10 mesi di indagini, chiuse il 3 maggio scorso, gli investigatori hanno contestato ai cinque indagati anche altri reati. A cominciare dalla presunta estorsione del 13 ottobre 2012 da parte di Angelo Chiarenza e Vincenzo Cristaldi, 49 anni, ai danni di un imprenditore edile, loro concorrente, che sarebbe stato costretto ad abbandonare un appalto in favore dei due siciliani.
Passando poi per l’episodio forse più grave, commesso - secondo l’accusa - da Chiarenza padre e figlio, con la complicità di Barbera e Tropea. I quattro, il 23 novembre, avrebbero infatti rapinato Veronica La Rocca, tabaccaia della provincia di Pisa, fermando l’auto sulla quale stava facendo rientro a casa e portandole via la borsa dentro la quale c’erano poche centinaia di euro.
Santa luce del telefono
Nell’indagine sul tentato omicidio ai danni di Simone Gonnelli, c’è un giorno che gli inquirenti hanno cerchiato in rosso: 11 agosto 2012. Prima di allora gli uomini della squadra mobile avevano preso in considerazione decine di piste. Avevano passato ai raggi x la vita dell’imprenditore sospettando perfino dei vicini di casa di Gonnelli con i quali da tempo si era aperto un contenzioso economico-giudiziario. Decisivo è stato, invece, il ritrovamento dell’iphone rubato la notte dell’aggressione da parte di un turista tedesco in un fosso dalla parti di Santa Luce. «Considerato il breve lasso di tempo intercorso tra la data del fatto e il ritrovamento del cellulare - si legge negli atti - gli inquirenti ipotizzavano che gli autori del tentato omicidio potessero essersi disfatti del cellulare per motivi precauzionali durante e lungo la via di fuga gettandolo dalla macchina».
È per questo che è stato ricostruito il percorso in auto da Quercianella fino a Santa Luce. La successiva deduzione logica è stata forse ancora più decisiva: visto che Santa Luce non è New York vediamo se tra i contatti presenti nella rubrica di Gonnelli ce n’è qualcuno che interessa la cella telefonica della zona.
È attraverso questo percorso che gli inquirenti sono arrivati al numero di telefono intestato alla Tirrena costruzioni srl di cui sono soci Angelo Chiarenza e Vincenzo Cristaldi.
Un movente di ghiaccio
È seguendo questa pista che gli agenti della mobile sono riusciti a risalire agli altri componenti della banda e a collocarne almeno tre di questi nella zona di Quercianella la notte dell’aggressione. E soprattutto a risalire all’arma e al movente. A spiegare quest’ultimo agli investigatori è stato Gonnelli quando ad ottobre gli è stata mostrata la foto di Angelo Chiarenza. «Questo lo conosco mi ha venduto per il locale due banconi, dei vassoi, un grill barbecue e il fabbricatore del ghiaccio». Proprio quest’ultimo elettrodomestico è stato la centro di una lite tra l’imprenditore e Chiarenza. «Gli ho detto in malo modo che non gli avrei pagato il fabbricatore perché non funzionava e poi, dopo la riparazione, perché volevo vedere se continuava a funzionare». Solo dopo l’aggressione Gonnelli ha saldato il conto. «Non ho saputo niente - è stata la risposta dell’indagato - in quei giorni ero fuori Livorno».
Il futuro del processo
Dopo la confessione choc di ieri mattina gli avvocati di quattro dei cinque indagati hanno chiesto al giudice Gioacchino Trovato di essere giudicati con rito abbreviato: le udienze sono state fissate ad ottobre. Il solo Giuseppe Chiarenza attraverso il suo legale, Marco Talini, ha chiesto l’applicazione della pena per i reati che non riguardano la rapina e il tentato omicidio a Gonnelli a due anni e otto mesi. «Per gli altri a dibattimento possiamo dimostrare l’assoluto estraneità del mio cliente ai fatti», spiega l’avvocato.
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