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Traffico illecito di rifiuti perquisizioni anche in città
Il porto livornese al centro dei movimenti di tessuti e plastiche verso Cina e Tunisia Nel mirino delle Dogane anche ditte che si sarebbero occupate delle transazioni
LIVORNO. Perquisizioni anche in città nell’ambito nella maxi inchiesta dell’Agenzia delle Dogane e della Fortestale su un traffico illecito di rifiuti plastici e tessili gestito dalla criminalità organizzata. Nel mirino delle Dogane, aziende che si sarebbero occupate delle transazioni nell’ambito della movimentazione di tonnellate di rifiuti spacciati per materie prime secondarie. In base a quanto emerso finora, in città non risultano invece depositi di rifiuti. Ma il ruolo di Livorno all’interno dell’inchiesta risulta centrale soprattutto per via del porto, che tra fine 2012 e inizio di quest’anno è stato al centro dell’arrivo e soprattutto della partenza dei rifiuti illeciti.
E infatti è nata proprio a Livorno questa indagine, gestita dalla Dda di Firenze, che martedì mattina ha portato all’arresto di Vincenzo e Ciro Ascione, padre e figlio, titolari di una ditta di Prato per traffico internazionale di rifiuti e per un episodio di estorsione. Gli indagati sono oltre 60 e cento sono le perquisizioni che ieri all’alba hanno visto impegnati 450 uomini in dieci regioni italiane nel corso delle quali è stato sequestrato vario materiale documentale. In Toscana, i due fulcri strategici della vicenda sono Prato, come base operativa criminale del traffici illeciti, e Livorno per il porto e per alcune transazioni sospette all’esame degli investigatori.
Tutta l’indagine ha preso il via a primavera dello scorso anno, proprio grazie a un controllo svolto in porto dall’ufficio Dogane di Livorno. Gli esperti dell’agenzia labronica, guidati dal direttore Massimo Ricasoli, nel corso di una verifica hanno scoperto una spedizione sospetta di rifiuti plastici diretta in Cina. Dai controlli è emerso che la spedizione non era in regola rispetto alle autorizzazioni necessarie, previste dal regolamento comunitario. Da lì è iniziata una serie di controlli sulle esportazioni da cui è emerso che le spedizioni da analizzare erano centinaia al mese. I materiali esportati in maniera illecita erano da un lato plastiche dirette in Cina, dall’altro tessuti destinati in Tunisia. Rifiuti a cui, secondo le accuse, veniva fatto un trattamento di recupero simulato, ma che in realtà venivano rimesse sul mercato. In particolare le plastiche venivano riutilizzate in Cina (povera di questa materia, che quindi è molto ambita); i tessuti invece venivano trattati illecitamente e poi usati come ritagli in Tunisia, dove c’è una grande industria del settore del recupero tessile. Una parte dei rifiuti invece era destinata al mercato nazionale degli indumenti usati (spacciati per “vintage”), in violazione delle norme e, secondo gli investigatori, con rischi per la salute degli ignari acquirenti.
I rifiuti provenivano in prevalenza da raccolte umanitarie fatte da organizzazioni senza scopo di lucro.
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