Gioco
Storie di cronaca dall’archivio magico di un fotoreporter
LA MOSTRA Alla Bottega di Caffè gli scatti di Repetti che raccontano la città a colori e in bianco e nero
LIVORNO. Quasi trent’anni trascorsi a guardare la città, e soprattutto quello che di importante, festoso o tragico che fosse, accadeva intorno a noi, attravreso l’obiettivo della macchina fotografica. Quasi trent’anni di scatti, realizzati per il Tirreno, seguendo tutti i fatti di cronaca, rosa o nera, politica o sportiva. Apre una finestra speciale sul mondo il mestiere di fotografo, e Riccardo Repetti è “il” fotografo”, quello che arriva sempre prima di tutti e per primo cattura le immagini che poi racconteranno quello che è accaduto a chi non c’era. Ed è questo racconto, cucito con gli scatti di tutti questi anni, l’anima della mostra “Riccardo Repetti-Fotoreporter a Livorno, dal 1986 al 2013" allestita alla Bottega del Caffè di viale Caprera 35 nell’ambito di Effetto Venezia.
A quanti anni hai scattato la tua prima foto?
«La mia prima foto l’ho scattata a 22 anni, mi piaceva ma non piu di tanto. Poi mi regalarono una macchina fotografica, una reflex manuale, comprai un libro e mi venne subito una bella foto alle spiaggie del Calambrone,una giornata di libeccio... Partecipai ad un concorso e me la segnalarono, e questo mi spinse a continuare».
Tanto che poi è diventata la tua professione...
«Lavoravo in ambiente portuale e il lavoro non mi piaceva, ho sempre desiderato di non sentire il peso del lavoro, e questa professione me lo ha permesso... La conssdero la mia vita... Non un lavoro...»
Cosa attira maggiormente la tua attenzione di fotografo e la tua sensibilità?
«Ho iniziato con i paesaggi , mi piace far foto ai paesaggi, danno belle sensazioni, ma finiscono lì. Un evento, una persona, uno sguardo rimangono dentro e vivi l’emozione due volte. La prima è quando sei su un evento, cerchi il primo scatto per salvare “comunque” il servizio, vuoi avere sempre l’ esclusiva della foto piu bella, entri in competizione con gli altri e con te stesso, e finché non hai l’immagine che desideri l’ansia ti mangia dentro. Quando poi la scatti sei come un bambino che vede l’albero di Natale pieno di doni. La seconda emozione, e non è da meno, ce l’hai quando arrivi allo studio e vai in postproduzione per inviare le foto, le rivedi e rivivi il lato umano della vicenda. Sesso sono vicende molto molto dolorose, che non si dimenticano mai. Come glio odori... Quelli della Moby Prince, del rogo dei bambini rom, odori che ti romangono dentro per sempre».
Come è cambiato il mestiere in questi 30 anni?
«Il mestiere non è cambiato molto, il fine è sempre quello:i raccontare con immagini, le nuove tecnologie ti permettono di aver molte immagini a disposizione per la scelta, mi chiedo sempre come facevo ad aver la tempestività di esser semrpe nel "fatto" quando non c’erano i cellulari e non so darmi una risposta. Inoltre, come in ogni forma espressiva, le cose cambiano comunque con il tempo. Cambia l’inquadratura, cambiano le prospettive che i nuovi obbiettivi ti mettono a disposizione, è cambiato il linguaggio fotografico insomma. Se guardiamo foto tra l’altro bellissime degli anni ’50, ’60 e ’70 erano molto piu statiche. Ora si predilige il "movimento" della foto.
Ora si lavora quasi esclusivamente in digitale. Rimpiangi la vecchia pellicola?
«La pellicola negli ultimi anni aveva raggiunto quasi la perfezione, le sfumature che dà una pellicola a tutt’ oggi è difficile realizzarle, ma il digitale è sicuramente piu pratico e immediato. Negli anni della pellicole avevo ideato uno stratagemma, visto che i giornali hanno sempre urgenza delle foto e spesso non c'era tempo di asciugarle, al parabrezza del mio scooter misi dei "nasini" (appendipanni) e le foto le asciugavo nel tragitto ufficio-giornale. Comunque anche il digitale ha i suoi incovenienti. Nei primi anni della trasmissione digitale, per una partita di calcio , impiegai il tempo del tragitto autostradale Pescara-Ancona, circa 2 ore per inviare 8 foto. Durante l’ultima trasferta a Modena, per la partita contro il Sassuolo, c’erano troppe persone connesse contemporaneamente alla Rete ed è andato tutto il tilt, non si poteva spedire neanche una foto...»
Perché hai deciso di tradurre in una mostra la tua esperienza?
«Ho lavorato per anni sui principali fatti di cronaca cercando di farmi notare il meno possibile, da persona introversa come sono. Poi arrivi a un certo punto che accumuli interiormente e senti la necessità di aprirti... Ma le paure e i pregiudizi mi fermavano... Intanto però pian piano l’ idea si formava, finche una persona a muso duro mi ha detto: “ Chiunque abbia un patrimonio piccolo o grande che sia ha il dovere di mostrarlo”. Queste parole mi hanno convinto. E quando ho iniziato la ricerca dei negativi ogni busta che trovavo mi dava un’emozione. Esporrò le foto legate ai fatti di cronaca più importanti e si parlerà di emozioni, di passione per il lavoro e di Amore. Amore per questa citta: infatti alla fine della mostra ci saranno immagini di panorami. Perché anche chi viene da fuori capisca che questa è davvero una città da amare.
Da sinistra in senso orario: Ciampi, Badaloni e Raugi; i gozzi del Palio; La tragedia dell'Italso e il concerto dei Pink Floyd
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