Il Tirreno

Livorno

Quel giorno di 70 anni fa Arturone spaccò il maxi-busto del Duce

di Gianluca Della Maggiore

Per i livornesi la caduta di Mussolini arrivò in tandem col bombardamento-choc: era la guerra voluta dal fascismo

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LIVORNO. Otto e mezzo di mattina di lunedì 26 luglio 1943, Piazza Cavour deserta, in una città svuotata dai bombardamenti. Ieri come oggi, un caldo umido che ti appiccica i vestiti addosso. Nell'atrio dell'allora Banca Commerciale Italiana, il giovane impiegato Arturone, un metro e ottantasette di antifascismo, si dirige a passo deciso verso il grande busto di Mussolini che troneggiava in mezzo al salone. Lo solleva come un fuscello dal basamento e lo scaraventa a terra. Cento pezzi di gesso colorato rame si sparpagliano sul pavimento.

Notte d'inferno. Questo flash raccontato anni fa da Renato Orlandini, membro del Comitato di liberazione nazionale livornese, restituisce con immediatezza cinematografica ciò che fu anche per i livornesi il 25 luglio del '43. «In realtà – dice lo storico Stefano Gallo – la notte fra il 25 e il 26 luglio fu un inferno per i livornesi: poche ore dopo l'annuncio pubblico della caduta del fascismo, si scatenò il terzo grande bombardamento su Livorno, della durata di 50 minuti, che causò la distruzione di gran parte del porto civile e militare, la zona industriale e oltre 300 case rase al suolo. Chi era rimasto in città subì per la terza volta la devastante caduta di tonnellate di ordigni esplosivi, gettati dalle “fortezze volanti” degli alleati».

“Psicosi da pace”. Gallo sta conducendo per l'Istituto Storico per la Resistenza e la Società contemporanea (Istoreco) una ricerca sulla Resistenza nella provincia di Livorno, la cui pubblicazione sarà uno dei punti forti con cui l'Istoreco ha in programma di celebrare un triennio di grandi anniversari: i 70 anni dalla caduta del fascismo e dall'armistizio dell'8 settembre 1943, quelli dalla liberazione di Livorno (19 luglio 1944) e la fine della guerra mondiale (25 aprile 1945). La ricerca di Gallo svela i particolari di quello storico 25 luglio. «Si è parlato – spiega – di “psicosi da pace”: come in molte altre parti della Toscana, a Livorno a seguito dell'annuncio della caduta del duce si sparse la notizia di un presunto armistizio che avrebbe chiuso finalmente il periodo bellico, provocando esplosioni diffuse quanto ingiustificate di gioia». Il 26 luglio 1943, una grande e rabbiosa manifestazione riunì centinaia di dimostranti in piazza, al grido di “Pace! Pace!”.

E i Ciano se ne vanno. «Era una protesta contro quel fascismo che aveva condotto l'Italia alla guerra e che pareva non voler fermare la macchina bellica. La distruzione delle effigi pubbliche del fascio e dei suoi simboli militari era una richiesta disperata di pace e di cambiamento». Mentre i livornesi festeggiavano l'illusione della pace, c'era chi frettolosamente organizzava la fuga. «Alla fine della mattina del 26 luglio – racconta Gallo – mentre si radunavano i manifestanti, la famiglia Ciano si affrettava a partire verso Roma, scortata dai carabinieri: era il simbolo del vecchio potere fascista che scappava verso la capitale (lasciando dietro di sé il faraonico e incompiuto mausoleo a Costanzo Ciano), mentre in città iniziavano a organizzarsi nuclei di cittadini per la creazione di un potere nuovo, realmente alternativo e di rottura nei confronti del fascismo».

La storia nell'era del web. La ricerca di Gallo è solo un tassello del programma di lungo respiro che l'Istoreco ha messo in programma per un triennio di celebrazioni: spazio ai giovani ricercatori per colmare le molte lacune sulla nostra storia recente, ma non solo. «Il 25 luglio è una data cruciale che dà l'avvio a tutta una serie di iniziative – dice Gallo – è già avviato il progetto "Luoghi della memoria": sfruttando le opportunità offerte dal web e dalle nuove tecnologie, abbiamo predisposto un piano che coniuga in modo innovativo serietà scientifica e massima fruibilità per cittadini e turisti. Nei prossimi mesi in vari punti della provincia, cominceranno ad apparire i nostri cartelloni e i nostri totem. Per non dimenticare, anche quando scompariranno gli ultimi testimoni».

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