Il Tirreno

Livorno

Bersani scalda la festa del Pd «Renzi voglia bene alla ditta»

di Juna Goti

L’ex segretario riscuote ancora applausi nella roccaforte livornese del partito «Perché il congresso non diventi una tifoseria si parta da circoli e federazioni»

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LIVORNO. L’ultima volta che ha messo piede a Livorno, a novembre, si stava preparando a giocare ben altra partita. Era arrivato nel salone sbandierante della Stazione Marittima da vincitore annunciato del duello con Matteo Renzi per la guida del Pd. Nel mezzo ci sono stati la vittoria alle primarie, le elezioni dove «siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto», il pasticcio dell’elezione del presidente della Repubblica con i 101 franchi tiratori, le dimissioni da segretario e il governo Letta in tandem col Pdl. Così ieri, Pierluigi Bersani, a Livorno c’è tornato di fatto da sconfitto. Ma non per i volontari, i simpatizzanti e i militanti che si sono riuniti nello spazio dibattiti della Festa Democratica alla Rotonda. La roccaforte bersaniana della Toscana non si è smentita e pur chiedendogli conto, ha continuato ad applaudire il suo ex segretario. A dimostrargli affetto, con una ventina di applausi che hanno interrotto il dibattito moderato dal direttore de L’Unità, Claudio Sardo.

Clima tutt’altro che scontato - come fa notare in apertura il segretario comunale Yari De Filicaia di fianco al leader federale Samuele Lippi - vista l’aria un po’ tiepidina che nei giorni scorsi ha circondato altri big del partito. Primo fra tutti Massimo D’Alema. Bersani, rivolgendosi alla platea, ringrazia e contraccambia: «Io voglio bene a loro, un po’ ne vorranno anche a me».

Certo non mancano le tirate d’orecchie. Come quando dal gazebo c’è chi chiede cosa non andasse bene in Rodotà o quando qualcuno prende il microfono per chiedere di «cominciare a parlare dei problemi veri dei lavoratori, delle famiglie e dei pensionati, perché nessuno lo sta facendo». Bersani ripete che «l’agenda del Pd deve partire dal sociale perché i prossimi mesi saranno molti difficili», e parla di rimborso crediti alle imprese, problema del credito delle banche, dei pagamenti dello Stato.

Ma la partenza, non poteva essere altrimenti, è dal caso Shalabayeva, con il Pd che ieri si è tappato il naso e ha salvato Alfano, bocciando in aula la mozione di sfiducia. «Da una parte c’è un gesto gravissimo che riguarda il volto dell’Italia – dice Bersani riferendosi al pasticcio kazako – dall’altra tra un paio di mesi, rischiano di non esserci più i soldi per gli ammortizzatori sociali. Mettere di nuovo allo sbando il Paese non sarebbe stata la scelta giusta, ma la cosa non può chiudersi qui: mi chiedo come il ministro degli Interni possa da domani, una volta messo in sicurezza il governo, svolgere con autorevolezza il suo ruolo e mi auguro che su questo il Pdl e Alfano riflettano».

Bersani prova a riagganciare una base frastornata. Lo fa quando dice che «per me la storia dei franchi tiratori è chiusa. Non la dimentico e nel congresso dovremo trovare il modo di non farci più compatire, di non fare certe figure, perché è una vergogna. Ma ora invito anche voi a chiuderla». Poi tesse l’elogio dei volontari, «che sono la cifra del Pd, l’idea che la persona non sta davanti, ma dentro al partito: siamo un collettivo con dei leader, ma senza padroni, noi...», lancia la frecciata al Movimento 5 Stelle. Le parole corrono poi veloci verso il sindaco di Firenze: «Sono sempre stato moderatamente bersaniano, se non metto Bersani davanti al Pd non posso metterci neanche Renzi. Cosa gli direi? Voglia bene alla ditta, non cerchi circolazioni extracorporee. Quando vedi che la tua comunità è in difficoltà dai una mano, la critica la fai quando va di lusso...».

Dal congresso in programma in autunno il Pd più che riformato rischia di uscire lacerato. «Per evitare che diventi una tifoseria – dice l’ex segretario – bisogna partire da una fase A, con congressi di circolo, federali e regionali, senza essere legati a filiera a una persona» e in modo che «alla fine i nostri organismi siano formati per il 50 per cento da dirigenti che arrivano dal territorio». Infine il punto fermo: «A questo governo non si può chiedere molto, ma qualcosa sì, come la riforma elettorale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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