Sicurezza
«La strada è privata niente camion alla discarica»
LIVORNO. Il colpo di scena arriva con la sentenza pronunciata il 17 luglio dal giudice Roberto Urgese. E segna una svolta, almeno sul fronte civile, nella storia infinita della discarica del...
LIVORNO. Il colpo di scena arriva con la sentenza pronunciata il 17 luglio dal giudice Roberto Urgese. E segna una svolta, almeno sul fronte civile, nella storia infinita della discarica del Limoncino, sotto sequestro da due anni. Il giudice ha messo nero su bianco che quella via del Limone che porta all’ex cava trasformata in una conca per rifiuti speciali inerti, «non ha natura pubblica». È tutta privata e non privata a uso pubblico come sostenuto dal Comune. È dei frontisti che hanno il «diritto di regolamentarne l’accesso e il transito».
Frasi che possono sembrare di dettaglio, ma che in realtà pesano come un macigno. Perché ora il tribunale «inibisce ai mezzi della società Bellabarba di transitare» e «condanna la stessa società a ripristinare la strada nelle condizioni in cui si trovava prima dell’inizio del transito dei suoi mezzi».
Nelle tredici pagine che concludono il procedimento promosso nel 2011 da un gruppo di proprietari di terreni al Limoncino contro Comune, società Bellabarba e Belma Immobiliare Srl, Urgese ripercorre la storia della strada che per mesi è stata al centro di un braccio di ferro strategico in vista dell’apertura (stoppata sul nascere) della discarica. I frontisti ne hanno sempre rivendicato la proprietà, anche ostacolando con le proprie auto il passaggio dei camion diretti al contestato impianto (e beccandosi così dai vigili una serie di multe per divieto di sosta...). Ma il giudice è chiarissimo: non ci sono elementi che giustifichino l’uso pubblico della strada e quindi il passaggio di camion verso la discarica. «La strada – scrive – non ha illuminazione pubblica, non è servita da mezzi pubblici, non vi è raccolta di rifiuti, i frontisti ne curano in via esclusiva la manutenzione». Ma soprattutto, sottolinea, esiste un accordo siglato nel 2000, quando Bellabarba era in procinto di subentrare nella gestione dell’allora cava del Canaccini. Quell’accordo prevedeva che la società (con un contributo economico dei frontisti) lasciasse la strada in buone condizioni una volta esaurita la cava. Da quell’atto, scrive Urgese, «non si può che ricavare che la volontà delle parti fosse di limitare il transito dei veicoli pesanti all’esaurimento della cava, altrimenti non avrebbe avuto senso prevedere il ripristino della strada per poi continuare con il transito di mezzi ancora più impegnativi». Transito che, sostiene, «viola il diritto all’incolumità e all’integrità degli abitanti».
Per la società è un altro duro colpo: dopo il sequestro è entrata in difficoltà e ha chiesto il concordato preventivo. Bellabarba ha già minacciato di presentare un conto milionario alla Provincia, che ha concesso tutte le autorizzazioni per trasformare la cava in discarica. (j.g.)
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