Gioco
Interporto a caccia di soldi freschi Soci in affanno, occhio ai fondi
L’infrastruttura di Guasticce ha bisogno di 18 milioni per uscire dal gorgo dei debiti a breve termine Ricapitalizzazione bocciata dalla Cciaa, la Provincia non ha soldi e allora c’è il pressing sull’Authority
GUASTICCE. L'interporto di Guasticce è come un trapezista alla prova del triplo salto mortale di un aumento di capitale da 18 milioni di euro. “Mortale”: perché, seppur semplificando un po' troppo, è in gioco la sopravvivenza. “Triplo” (ma si potrebbe forse dire anche “quadruplo” o “quintuplo”): perché si intreccia una babele di dinamiche che ingarbugliano la matassa. Guai, ad esempio, a confondere il “buco” con i debiti: l'uno è un patatrac (per la polemica politica sta fra i 70 e gli 80 milioni di euro); gli altri possono far parte della fisiologia di crescita (almeno finché restassero spalmate su scadenze gestibili).
In realtà, la trasformazione di una mezza palude in un enorme polmone industriale-logistico “vale” ora qualcosa come 160-180 milioni di euro di patrimonio. Costruiti iniettando una grande quantità di denaro dentro questa infrastruttura:: l'ha pagata un rilevante flusso di contributi pubblici diretti più un grosso indebitamento a lungo termine. Ma non è bastato: una fetta dei debiti è a breve. All'interporto giurano che non si tratta di condizioni-capestro, soprattutto sui tassi. Solo che manca l'ossigeno finanziario e ogni energia se ne va per restare in qualche modo a galla.
Ma tutto questo arriva proprio mentre gli stessi azionisti sono in affanno: il combinato disposto della “spending review” e del “patto di stabilità” crocefigge i conti della finanza pubblica e lega le mani alla sfilza di enti locali che hanno la maggioranza della compagine soci. Non basta: l’azionista numero uno, Mps Capital Services ha in mano il 36,3% e ovviamente soffre i contraccolpi della crisi del Montepaschi.
Risultato: ad esempio, la Camera di Commercio di Livorno (ma anche la Confindustria labronica) fin da metà marzo ha marcato il proprio disappunto per la ricapitalizzazione-salvataggio, l’ha fatto astenendosi al momento di approvare il bilancio nell’assemblea soci. E non è tutto: per dirne un’altra, il Comune di Livorno dà sì l’ok alla scelta di ricapitalizzare ma lasciando in bianco la cifra, cioè senza precisare se sottoscriverà tutta la propria quota o solo in parte. Ben venga la ricapitalizzazione anche per Palazzo Granducale: ma la Provincia precisa che non ha soldi da mettere nell’operazione (e che, detto per inciso, non sa neanche se esisterà ancora fra qualche mese). Con uno sventagliamento politico non indifferente: non tutto il Pd ha ben digerito l’idea di metter mano al portafoglio dell’ente, non tutto il centrodestra ha sparato a palle incatenate sull’interporto uguale inutile cattedrale nel deserto...
La soluzione più a portata di mano? Una sorta di ricapitalizzazione a metà (o quel che sarà): invece di mettere sul tavolo tutta la propria quota di aumento di capitale, ciascun ente mette quel che può, ovviamente salendo o scendendo nelle percentuali di possesso.
Ma questa strada potrebbe portare anche a qualcosa di diverso: in seconda battuta, la parte inoptata (cioè la ricapitalizzazione non versata) potrebbe esser tirata fuori da altri azionisti che dunque aumenterebbero il proprio peso.Chi? Gli occhi sono puntati sull’Authority: dipende forse dal fatto che ha messo nero su bianco un avanzo di amministrazione di 44 milioni di euro nell’ultimo bilancio (e di quasi 49 in quello precedente).
Inutile dire che Giuliano Gallanti, numero uno di Palazzo Rosciano, è sotto pressing. Ma siccome l’Authority non è la Fatebenefratelli c’è da capire cosa potrebbe esserci sull’altro piatto della bilancia: non è un segreto che, fin degli anni del regno di Nereo Marcucci, l’Authority ha sempre guardato con molto interesse a quelle aree. E da un anno è entrata nel consiglio d’amministrazione della società: c’è bisogno di altri segnale ancora?
Il tam tam delle indiscrezioni riferisce anche di un’altra ipotesi ancora: anziché ricapitalizzare per fronteggiare le scadenze dell’indebitamento a breve, si punterebbe a ristrutturare il debito allungando a lungo termine le scadenze che bussano ora alla porta (e dunque a una ricapitalizzazione assai più soft). Dipende anche dall’atteggiamento di Montepaschi azionista-guida: 1) la propria quota dell’interporto vorrebbe sì venderla ma non regalarla; 2) i Monti-bond potrebbero creare intoppi a Mps per partecipare alla ricapitalizzazione; 3) Mps potrebbe gestire la linea di credito che ristruttura il debito.
L’ultimo scenario disponibile? O col battere la grancassa dei conti choc o col fuggi fuggi dei soci, quasi tutti pubblici: si aggraverebbe la crisi di liquidità e si aprirebbero le porte al “cavaliere bianco”, un privato nei panni del salvatore. Potrebbe però non essere un partner industriale. Risulta che si sia già affacciato almeno un grande fondo di finanza immobiliare: e allora invece del sospirato colosso della logistica, arriverebbe magari chi è esperto a comprare, spezzettare e rivendere. E la parte pubblica si ritroverebbe alla finestra a far da spettatore delle sorti dell’area-chiave dello sviluppo.
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