Il Tirreno

Livorno

Basta monumenti, ora la Toscana parli con la gente

di Ilaria Bonuccelli
Basta monumenti, ora la Toscana parli con la gente

Mikaela Bandini, nuova guru del turismo 2.0: "L'estero subisce il fascino degli italiani"

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Basta con l’immagine classica della torre di Pisa, di Ponte vecchio o dei capolavori di Michelangelo. Non servono. Lo sanno già tutti nel mondo che la Toscana è bella. Per promuovere la regione serve una comunicazione 2.0 meno «patinata», più «spontanea». «Più credibile». Se lo dice Mikaela Bandini c’è da prendere il suggerimento sul serio. Non solo perché l’Enit - l’Ente nazionale per il turismo - le ha appena affidato l’incarico di realizzare lo spot dell’immagine dell’Italia nel mondo.

In pochi anni la “urban blogger” di origini sudafricane, da un ufficio nei Sassi di Matera, si è conquistata un posto di primo piano nel settore del turismo e della promozione internazionale grazie a campagne innovative e controcorrente. Compresa la diffusione di video virali, focalizzati sull’Italia di tutti i giorni, attraverso ogni social network e piattaforma possibile, a cominciare dal suo sito “I can’t forget It(aly)”. La Basilicata e il Friuli Venezia Giulia che le si sono affidate, ancora la ringraziano. Il “Diario Digitale” del Trentino è arrivato subito dopo progetti in Veneto ed Emilia. E non solo perché il costo di ogni contatto si abbatte (nel primo anno) a 10 centesimi, contro la media nazionale di 1 euro. Sembra che abbia reso credibile l’immagine di queste regioni, quando ricerche recenti dicono che solo il 14% dei nativi digitali e delle persone fra 44 e 55 anni, con più confidenza con i social network, ritiene attendibili i messaggi pubblicitari sul turismo.

Che cos’è che trasforma le sue campagne di promozione in successi immediati sul web?
«Il fatto che tutte le immagini che produciamo abbiano licenza “Creative commons” permettendo la libera condivisione: questa è la prima condizione che poniamo agli enti con cui lavoriamo. Finite riprese e foto non ci limitiamo a consegnarle alle Apt o alle Regioni: le diffondiamo all’interno della microfiliera con cui siamo venuti a contatto. Le diamo alla trattoria dove abbiamo girato scene in cucina o alla guida alpina che ci ha accompagnato. Concediamo le foto in alta definizione anche a strutture ricettive favorendo il restyling del sito e del materiale promozionale. Eliminiamo il copyright dalle immagini perché non serve agli enti aver 3000 immagini in un cassetto che nessuno vede».

Fin qui il mezzo, ma i contenuti?
«Il problema è che l’italiano e il toscano medio non è consapevole del fascino che ha sulle persone. In particolare sugli stranieri».

E questo come influisce sulle campagne di promozione turistica?
«Se da una campagna di promozione tolgo il patrimonio umano, non è più credibile. Infatti nei nostri video, le comparse non sono mai professionisti pagati. È gente del posto. Certo per campagne del genere bisogna trovare enti disposti a sperimentare. Il Friuli l’ha fatto. Come con il il video del gruppo dei Carnicats che reppa in carnico: realizzato con materiale girato da persone diverse, abbiamo montato la musica con immagini di gente che parlava in dialetto. La tecnica era un disastro, ma la perfezione non emoziona. Invece questo video - scovato da Deejay television - ha avuto 100mila visualizzazioni».

Più gente e meno monumenti nella promozione?
«Sì. Lo straniero vuole trovare in un video la spontaneità (anche apparente) e la rilassatezza delle persone del Mediterraneo, senza immagini ritoccate con Fotoshop. Il toscano con la sua ironia e i suoi dialetti è perfetto».

Non si rischia di scadere nello stereotipo?
«Non è un male mantenere gli stereotipi se servono a raccontare. Noi abbiamo creato il video “Mini-Matera” con la donna che stende i panni, gli uomini al bar, il matrimonio da 400 persone: se anche questa è l’immagine dell’Italia, ci si può giocare su. Non capisco perché la comunicazione per gli enti pubblici deve essere grigia o formale solo perché si parla di un sito archeologico. Spesso un video deve essere meno formale per essere condiviso.

Quindi su cosa punterebbe per promuovere la Toscana?
«Non sul suo patrimonio artistico. Il mondo sa già che Firenze è bellissima o che c’è la torre di Pisa. Non punterei su immagini plastiche, non userei modelli. Vorrei mostrare la Toscana vera, della gente che posso incontrare per strada. Attraverso loro, racconterei la regione. Farei pronunciare qualche parola e, in questo contesto, inserirei qualche fotogramma di monumenti riconoscibili, come sfondo, in modo più contemporaneo per mostrare il lato più autentico dei luoghi e delle persone che li animano. Come stiamo facendo per Enit».

Come promuove l’immagine dell’Italia per l’Enit?
«Le dico solo questo: useremo come colonna sonora non Puccini o Verdi. Con Andrea Babbi, direttore generale di Enit, abbiamo scelto un brano di Paolo Fresu perché a nostro avviso incarna l’immagine del Paese di oggi: il musicista è più famoso all’estero, ma ha scelto di vivere in Italia. È uomo del Sud ma vive in Emilia. È una persona di successo, che non ha dimenticato le radici. È questo il nuovo simbolo dell’Italia. Quella vera. Alla quale le persone possono credere».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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